Se c'è un'area della musica leggera in cui è praticamente impossibile fare innovazione stilistica, quella è il pop mainstream. Ma con il loro nuovo disco i Mumford & Sons definiscono il sound del pop del futuro.

Wilder Mind è il quarto album di inediti per i ragazzi di Londra, quello della svolta “elettrica” – così è stata definita in lungo e in largo dalla stampa internazionale – dopo i primi tre fortunati album maggiormente orientati verso sonorità indie folk. Cosa ha spinto i Mumford & Sons ad abbandonare il percorso che li avrebbe portati a essere la più grande band folk rock del mondo?

La verità è che i Mumford “elettrici” non rappresentano affatto una rottura con il loro passato musicale. Vengono meno le chitarre acustiche, i banjo e i mandolini, ma rimangono intatti gli elementi portanti del loro sound: la voce calda e tenorile di Marcus Mumford, la raffinatezza degli arrangiamenti, la composizione di armonie e melodie di sicuro impatto.

Il nuovo lavoro dei Mumford & Sons va quindi a occupare – con discrezione e garbo squisitamente britannici – un'area del feudo pop-rock mainstream che fino all'altro ieri sembrava egemonizzato dai Signori Coldplay e U2. Questi ultimi non hanno nulla da perderci perché ormai avviati serenamente verso la fine della loro carriera musicale dopo aver dettato il gusto del grande pubblico per almeno due decenni. I primi, invece, potrebbero storcere un po' il naso.

Recenti uscite dei Coldplay come Paradise e A Sky Full Of Stars, seppure abbiano riscosso un enorme successo (hanno rispettivamente 122 e 225 milioni di ascolti su Spotify), sono improntate a una deriva elettronica che fa largo uso di sample e suoni campionati e che ha poco a che fare con brani genuinamente pop rock come Yellow, The Scientist o anche Fix You. Cose che fanno pensare che la loro spinta creativa stia quantomeno rallentando.

Ma questa è una recensione sui Mumford & Sons. Quello che hanno fatto i quattro ragazzi londinesi è stato prendere attentamente nota della lezione impartita al mondo pop rock un anno fa da un gruppo come The War On Drugs, con il loro splendido Lost In The Dream. Ma quello era un album dalle tinte vagamente sperimentali, con brani che scardinavano la struttura della canzone pop tradizionale e non di rado superiori ai cinque minuti di durata.

I Mumford hanno preso il meglio di quel disco e l'hanno trasposto in una forma più schiettamente commerciale. Riverberi, tappeti di tastiera, chitarre pulite che dettano il registro dinamico, accompagnamenti di batteria semplici ma incalzanti, brani che fluiscono uno nell'altro favorendo un ascolto unitario di tutto l'album: prendete questi elementi, uniteli alla voce di Marcus Mumford e avrete Wilder Mind.

L'album è segnato da una grande coerenza e accortezza negli arrangiamenti, per cui le modulazioni sono interamente affidate a variazioni di velocità e di registro dinamico: si va da pezzi carichi e andanti come Tompkins Square Park – la opening track – e The Wolf, a pezzi più rilassati dall'atmosfera decisamente intimista come Monster e Cold Arms (quest'ultima splendida ed essenziale ballad di chitarra e voce). Il compito di trainare l'album è stato giustamente affidato a Believe, il “singolone” pop, mentre la title track Wilder Mind è un brano dal tono più dimesso ma caratterizzato dalla stessa raffinatezza melodica e di arrangiamento che è il filo rosso di tutto il disco.

I Mumford & Sons sono ormai pienamente pop rock, e questo può piacere o non piacere. Ma anche chi non è un loro fan sfegatato riconoscerà in Wilder Mind il perfetto compromesso fra ricerca sonora, songwriting e successo mainstream. Un po' come i Coldplay di dieci anni fa.

Informazioni sull'autore
Federico Durante
Author:Federico Durante
Caporedattore
Chi sono:
Giornalista di giorno, musicista di notte. In Cluster ho studiato chitarra elettrica, basso elettrico e batteria. Successivamente mi sono avvicinato da autodidatta allo studio del contrabbasso e del violoncello. I miei gusti musicali sono orientati a 360° da Liszt ad Apparat.