Fare un buon album di debutto solista è un conto, essere acclamati come nuovi portabandiera dell'elettronica easy listening è un altro. Con In Colour Jamie xx raccoglie il plauso di pubblico e critica. Qual è il segreto?

Nel giro degli ultimi dieci anni il 27enne londinese è passato dall'anonimato al successo clamoroso – un milione di copie vendute – del disco d'esordio del suo progetto principale, gli xx, doppiato poi senza grossi traumi dal loro secondo lavoro di inediti, Coexist del 2012, fino alla definitiva consacrazione con il suo In Colour.

Non era affatto scontato un percorso musicale di questo tipo. Con il loro pop elettronico minimalista che deve molto al dream pop e all'indietronica, gli xx non sono certo il motore dell'innovazione musicale: anche se – a quanto risulta – la band è al lavoro sul terzo album, corre il rischio di “sgonfiarsi” da un momento all'altro.

Così, la strada solista. Intrapresa facendo quello che Jamie xx sa fare meglio, cioè il producer. Se gli xx fanno un pop con sfumature elettroniche, gli undici brani di In Colour sono esattamente complementari: tastiere, sequencer, drum machine, sample e suoni campionati sono la base su cui costruire armonie vocali e parti di arrangiamento.

Jamie xx si inserisce così nel filone di un'elettronica che potremmo definire commerciale, se questa espressione non fosse già stata saccheggiata negli ultimi vent'anni, o perlomeno minimalista, di impostazione pop e easy listening. In fondo è la stessa tendenza che ha già premiato un artista come Caribou con il suo Our Love dell'anno scorso e ha penalizzato lavori più audaci e per molti versi più interessanti come You're Dead! di Flying Lotus e Wonder Where We Land di SBTRKT, per non parlare del “desaparecido” Syro di Aphex Twin.

Eppure, semplicità non vuol dire banalità. Gli arrangiamenti dei brani sono sempre curati al singolo beat e si sente un vero lavoro di composizione dietro all'immediata orecchiabilità. Gosh, la opening track, rappresenta un piccolo virtuosismo in questo senso: parte come un brano cupo, puramente ritmico e parlato (le parti di voce sono campionate da vecchi programmi televisivi britannici) e a metà disfa tutto per lanciarsi in uno strumentale fatto di floreali improvvisazioni di sintetizzatore. Il tocco alla xx è ben percepibile in tutto l'album, e non è un caso visto che i suoi compagni di band compaiano in diversi brani (il bassista Oliver Sim nella rassegnata Stranger In A Room, la chitarrista Romy Madley Croft nell'immaginifica SeeSaw e soprattutto nella hit Loud Places).

Ma non solo retaggio di indietronica: In Colour strizza volentieri l'occhio ad altri generi, come lo shoegaze (Just Saying) e quello strano derivato dell'R&B che è la dancehall (I Know There's Gonna Be Good Times).

È un disco che parla di noi e di questo tempo, e in ciò è profondamente “generazionale” (come, del resto, tutti i grandi dischi sono). Fader lo spiega bene in un bell'articolo. L'ossessione per l'apparenza social a tutti i costi, la sottile ansia derivante dall'essere sempre connessi con il resto del mondo, la paura di rimanere tagliati fuori da tutto ciò che gli altri fanno per divertirsi, sballarsi, sentirsi vivi: l'idealizzazione del ricordo del passato e l'incertezza per il futuro generano quell'inerte stato d'animo fra il malinconico e il contemplativo che chiunque oggi abbia fra i 18 e i 35 anni ha provato almeno una volta. In Colour parla di questo.

 

Informazioni sull'autore
Federico Durante
Author:Federico Durante
Caporedattore
Chi sono:
Giornalista di giorno, musicista di notte. In Cluster ho studiato chitarra elettrica, basso elettrico e batteria. Successivamente mi sono avvicinato da autodidatta allo studio del contrabbasso e del violoncello. I miei gusti musicali sono orientati a 360° da Liszt ad Apparat.