Quindici anni fa, all'apice della loro carriera, nessuno avrebbe pensato che i Chemical Brothers sarebbero sopravvissuti al cambio di millennio.

E neppure ai loro più giovani ed eclettici colleghi come i Daft Punk. Eppure il duo di Manchester, molto più di artisti simili come Fatboy Slim e The Prodigy, è entrato prepotentemente nell'immaginario collettivo di un'intera generazione e oltrepassando indenne mode e tendenze. La musica dei Chemical Brothers è superata, ma non per questo vecchia.

Hit dopo hit, un Grammy qua e una colonna sonora là, i Chemical riescono a mantenere saldo il rapporto con quella generazione cresciuta con MTV che decretò il loro successo mainstream, ragazzi e ragazze che magari nel frattempo si sono anche sposati e riprodotti, ma oggi accomunati da una nostalgia tutta rivolta alla spensieratezza degli ultimi anni dello scorso millennio. È poco probabile che i diciassettenni di oggi conoscano o amino i Chemical Brothers, ma poco importa. La cosa straordinaria è vedere i trentenni esaltarsi quando parte Hey Boy Hey Girl.

È soprattutto a questo pubblico di ex adolescenti che si rivolge Born In The Echoes, ottavo album di inediti del duo inglese, che esce a cinque anni di distanza dal precedente Further. Come accennato sopra, musicalmente nulla di nuovo: i Chemical ripropongono la stessa formula collaudata in oltre vent'anni di carriera, quell'elettronica commerciale molto ballabile che non si avventura in grandi voli di sperimentazione e non disdegna la cassa in quarti.

In questo incessante ritorno delle stesse sonorità, i Chemical Brothers – mi si conceda il paragone – sono tenaci come gli AC/DC: niente manierismi, niente velleità artistiche. Cavallo che vince non si cambia.

E allora perché ascoltare Born In The Echoes? Perché nella sua assenza di pretese di originalità musicale a tutti i costi è un album solido, ostinatamente in quattro quarti, di quelli che ti fanno ciondolare la testa a tempo senza che tu te ne renda conto. Intendiamoci: non è il disco dell'anno e neanche il migliore lavoro dei Chemical, ma la maggior parte degli undici brani che compongono l'album sono perfetti per scaldare qualsiasi pista da ballo da Maiorca a Berlino.

Senz'altro il pezzo forte di Born In The Echoes è Go, “singolone” segnato da un ossessivo beat in sedicesimi nella strofa e un'essenziale melodia di synth nel ritornello. Oltre all'altro singolo estratto, Sometimes I Feel So Diserted, con il suo arrangiamento che davvero ci riporta al 1999, vale la pena di citare anche l'anima profondamente “big beat” di brani come EML Ritual e Just Bang.

Ma non solo casse in quarti. L'album dimostra di possedere una modulazione dei registri dinamici tale da non rendere mai l'ascolto monotono. Taste Of Honey è un enigmatico frammento elettronico dall'arrangiamento minimalista, mentre Radiate è una dolcissima ninna nanna che ricorda vagamente certe sonorità “indie” del primo Brian Eno.

Ci sono poi le collaborazioni, numerosissime. Due su tutte, quella con la poliedrica St. Vincent (che presta la sua voce nell'ipnotica Under Neon Lights) e quella con Beck, che chiude l'album con la bellissima malinconia d'amore di Wide Open.

Forse, vista la rampante nostalgia '90s degli ultimi anni, i Chemical sono per noi quello che i Duran Duran sono stati per la generazione degli anni '80.

 

Informazioni sull'autore
Federico Durante
Author:Federico Durante
Caporedattore
Chi sono:
Giornalista di giorno, musicista di notte. In Cluster ho studiato chitarra elettrica, basso elettrico e batteria. Successivamente mi sono avvicinato da autodidatta allo studio del contrabbasso e del violoncello. I miei gusti musicali sono orientati a 360° da Liszt ad Apparat.