Nel giro di due mesi sono usciti il nuovo album diNoel Gallagher e quello dei Blur, e la stampa si è sbizzarrita sul “ritorno” della rivalità britpop. È il 1997? No, è il 2015. E di britpop è rimasto poco.

Certo è che i Blur mancavano dalle pagine della critica musicale da dodici anni. L'ultimo album, Think Tank, risaliva al 2003. Praticamente un secolo fa: parliamo di un'epoca in cui era normale noleggiare i film da Blockbuster e Facebook era ancora un progetto nella testa di uno studente diciannovenne di Harvard di nome Mark Zuckerberg.

Quell'album diede alla luce piccole perle come lo splendido singolo Out Of Time, ma segnò la battuta d'arresto del gruppo guidato da Damon Albarn. Dopo problemi di alcolismo e contrasti con Albarn stesso, lo storico – e amato – chitarrista Graham Coxon uscì dalla band nel bel mezzo delle registrazioni, lasciandola orfana del suo elemento più distintivo.

Da lì l'attività dei Blur si ibernò fino al 2008, anno della “reunion” (anche se non si erano mai formalmente sciolti), ma il massimo che ne venne fuori furono un po' di concerti, un greatest hits, un paio di album live e un dvd. Oggi invece i quattro ragazzi dell'Essex tornano sulla scena con un vero album di inediti: The Magic Whip, anticipato dall'uscita del singolo Go Out.

Le prime registrazioni sono state fatte a Hong Kong, dove la band era rimasta bloccata alcuni giorni a causa di concerti cancellati. Non c'è bisogno di soffermarsi sull'ispirazione “asiatica” dell'album, dalla copertina (che riporta le parole "Blur" e "The Magic Whip" in cinese) al video-karaoke del singolo con le parole in mandarino a un titolo che cita la capitale nordcoreana, Pyongyang.

La prima cosa che colpisce all'ascolto di The Magic Whip è la freschezza delle sonorità: in nessun modo si ha l'impressione che siano passati dodici anni di silenzio discografico. Per questo può essere considerato a tutti gli effetti il diretto successore di Think Tank. “Molto Blur”, diremmo.

Il disco non offre facili hit. Due pezzi come Lonesome Street, che apre l'album, e Go Out sembrano usciti direttamente dagli anni '90, tanto che potrebbero tranquillamente essere scambiati per b-side di Girls and Boys o Country House o Coffee and TV. Tuttavia non hanno la stessa carica dei loro predecessori, né soprattutto la stessa iconicità, anche in virtù della loro ispirazione più introspettiva.

È un album ambizioso, anche se non lo dà troppo a vedere. Le canzoni sono di facile ascolto, ma la ricerca sonora, gli arrangiamenti e il songwriting sono molto raffinati, oltre che ben modulati. Si nota la presenza – qua e là – di sequencer in loop (Ice Cream Man, Thought I Was A Spaceman), mentre le riconoscibilissime chitarre di Graham Coxon danno ad ogni traccia la sua cifra stilistica del più classico sound Blur.

Nonostante la sostanziale uniformità di range dinamico – forse la pecca più evidente di The Magic Whip – nelle dodici tracce dell'album si susseguono svariati generi: dal pop-parodia dei due singoli già citati al mood reggae di Ghost Ship, dal pop melodico-acustico di Ong Ong al post-rock di Mirrorball.

Nel complesso si tratta di un lavoro fortemente unitario, “maturo” ma senza rinunciare a uno sguardo fra il nostalgico e l'autoironico agli anni della “battle of britpop” con gli Oasis. Di britpop nel 2015 è rimasto ben poco: un genere troppo legato all'immaginario collettivo degli anni '90 per sopravvivere all'avvento dei nuovi media, e questo i Blur lo hanno capito benissimo.

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Federico Durante
Author:Federico Durante
Caporedattore
Chi sono:
Giornalista di giorno, musicista di notte. In Cluster ho studiato chitarra elettrica, basso elettrico e batteria. Successivamente mi sono avvicinato da autodidatta allo studio del contrabbasso e del violoncello. I miei gusti musicali sono orientati a 360° da Liszt ad Apparat.