Quando si pensa ai grandi bassisti, Nate Mendel non è certo il primo nome che viene in mente. Eppure il bassista dei Foo Fighters è anche un discreto songwriter, e ce lo dimostra col suo nuovo progetto solista.

Nei Lieutenant – questo il nome del side project – Mendel si cimenta in tutto ciò che non aveva mai fatto prima: il cantante, il chitarrista, l'autore dei brani. Un bel salto di qualità per un musicista amato dai fan ma solitamente visto come l'elemento timido e silenzioso di una band tutt'altro che introversa. Con If I Kill This Thing, invece, Mendel accetta la scommessa del ruolo del frontman. Naturalmente facendolo a modo suo.
Già al primo ascolto è chiaro come i Lieutenant fondano il sound delle sue due principali band, i Foo Fighters e i Sunny Day Real Estate. Questi ultimi – per chi non li conoscesse – furono il primo gruppo di Mendel e uno dei principali portabandiera della seconda ondata dell'emotional hardcore (in seguito conosciuto, nel bene e nel male, semplicemente come emo).
L'album mantiene per tutta la sua durata di ascolto quello che potremmo definire un basso profilo: non ci sono vere e proprie hit, i ritmi sono generalmente rilassati, sono assenti grandi guizzi elettrici. Più che puntare sul sicuro impatto sonoro di chitarre distorte e linee vocali tutte nel registro acuto – cosa in cui i Foo Fighters sono indubbiamente maestri – Mendel piuttosto trova un punto di equilibrio dando espressione al suo temperamento riflessivo: arrangiamenti strumentali, armonie vocali, mixaggio sono i veri punti di forza di If I Kill This Thing We're All Going To Eat For A Week.
Il progetto dell'album aveva iniziato a prendere forma cinque anni fa, durante una pausa dagli impegni con i FF. «Avevo iniziato a strimpellare la chitarra e a registrare alcune idee – spiega Mendel a Billboard – Poi ho preso le idee migliori e ho passato un po' di tempo a trasformarle in vere canzoni, ho preso lezioni di canto e ho provato a mettermi nei panni di chi fa canzoni piuttosto che semplicemente suonare il basso in un gruppo».
E le canzoni ci sono davvero. Basta dare un ascolto al primo singolo estratto dall'album, Believe The Squalor: una base strumentale che ricorda un po' i Cure di Disintegration e un po' gli stessi Sunny Day Real Estate, con una linea vocale che si inserisce alla perfezione nelle modulazioni del brano e che – senza nessuna pretesa di virtuosismo – esprime tutta la sua ispirazione introversa e riflessiva. Oppure la opening track Belle Epoque, una di quelle dal ritmo più sostenuto dell'album, o anche la più melliflua Some Remove: dietro la pacatezza del sound si sente tutta la cura messa nel lavoro di composizione e arrangiamento.
È un album che non colpisce al primo impatto. Un difetto infatti può essere individuato nella scarsa modulazione dinamica: le nove tracce che lo compongono si collocano tutte sostanzialmente nello stesso range dinamico, cosa che impedisce al disco di avere un vero respiro. Ma preso per quello che è – cioè il primo tentativo solista di un musicista abituato a fare tutt'altro – If I Kill This Thing si rivela una piacevole sorpresa, una buona "prima prova" per Mendel e un'interessante alternativa nel panorama dell'indie rock.

Informazioni sull'autore
Federico Durante
Author:Federico Durante
Caporedattore
Chi sono:
Giornalista di giorno, musicista di notte. In Cluster ho studiato chitarra elettrica, basso elettrico e batteria. Successivamente mi sono avvicinato da autodidatta allo studio del contrabbasso e del violoncello. I miei gusti musicali sono orientati a 360° da Liszt ad Apparat.