Regalare un disco per Natale è una scelta classica, anche nell’era del digitale e dello streaming — come si dice di solito: la materialità è un’altra cosa, c’è il booklet, la copertina da guardare, la collezione sullo scaffale, per non parlare del vinile che sta tornando a una nuova vitalità. Ma soprattutto: quello che conta è il pensiero.

È sempre difficile, però, scegliere il disco giusto per i gusti e le preferenze del destinatario, evitando di ripiegare sul banale o su qualcosa di sgradito.

Se avete un amico o un parente appassionato di jazz, e non volete rischiare di regalargli la terza copia di Kind of Blue o del Köln Concert, questi sono dieci consigli per gli acquisti — selezionati da alcune tra le migliori uscite discografiche jazz del 2016.

 

dn11 — Julian Lage, Arclight

Arclight, del chitarrista Julian Lage — classe 1987, pupillo di Gary Burton — è un album da ascoltare dall’inizio alla fine: 36 minuti per 11 brani mai più lunghi di quattro minuti, praticamente canzoni, con assoli brevi, calibrati, lirici, e temi sempre cantabili, venati di nostalgie gipsy e country-blues. Protagonista assoluto: il suono limpidissimo della telecaster di Lage, quasi da piangere.

 

 

dn22 — Warren Wolf, Convergence

Per la stessa etichetta, Mack Avenue, è uscito a giugno l’ultimo album del virtuoso vibrafonista Warren Wolf, con un personnel d’eccezione: Mehldau al piano, Scofield alla chitarra, McBride al contrabbasso e Jeff “Tain” Watts alla batteria. Come promette una formazione del genere, Convergence offre un’ora di post-bop denso, preciso, a tratti cerebrale. La citazione della suoneria dei vecchi cellulari Nokia in “Cell Phone” merita di entrare negli annali.

 

singles3 — Sun Ra, Singles

Poche discografie sono difficili e scoraggianti da affrontare come quella, sterminata, del mistico Sun Ra. Questa nuova compilation della Strut Records raccoglie 65 brani pubblicati in 45 giri tra il 1952 e il 1991. Sono due volumi, di cui il secondo uscirà a marzo prossimo, disponibili sia nel formato di tre CD o in due box da dieci 45 giri ciascuno, o ancora in un due box di tre LP ciascuno — c’è solo l’imbarazzo della scelta. La selezione spazia lungo tutta la carriera di Ra, in ordine cronologico: un buon punto di partenza per affrontarne l’enigma.

 

miles4 — Miles Davis Quintet, The Bootleg Series, Vol. 5, Freedom Jazz Dance

Sempre nell’ambito bootleg e raccolte, è uscito a ottobre il quinto volume della serie di bootleg Columbia / Legacy dedicata a Miles Davis. Nei tre CD del cofanetto è immortalato il processo creativo che ha portato alla registrazione di Miles Smiles — di cui cade giusto il cinquantesimo anniversario. Oltre due ore di registrazioni inedite, tra take scartate, false partenze, e le inconfondibili indicazioni sussurrate da Miles ai compagni. Per appassionati.

 

yussef5 — Yussef Kamaal, Black Focus

Yussef Kamaal — dai nomi dei due fondatori Yussef Dayes e Kamaal Williams — è una delle rivelazioni di questo autunno. Il loro disco d’esordio, Black Focus, è una bella prova di elettro–jazz–funk pesantemente influenzato dai lavori di Flying Lotus e Thundercat: suona come suonerebbero gli Head Hunters di Herbie Hancock se si fossero formati a South London attorno agli anni ’10 del nostro secolo.

 

 

douglas6 — Dave Douglas, Dark Territory

Anche qui l’elettronica gioca un ruolo da protagonista, ma le atmosfere sono del tutto diverse: cupe, rarefatte, desolate. La tromba di Douglas mormora su un tappeto di beat scarni, minacciosi, a metà tra Nine Inch Nails, Blackstar di Bowie (e non per caso: c’è Mark Guiliana alla batteria) e Aphex Twin. L’effetto è da colonna sonora cyberpunk.

 

julie7 — Julie Kjaer 3, Dobbeltgaenger

Julie Kjaer — qui in trio con John Edwards e Steve Noble — è una alto-sassofonista e polistrumentista danese, di stanza a Londra. Dobbeltgaenger, il suo secondo album come leader, è vicino a certi lavori in trio di Dave Holland (penso a Triplicate, 1988): sei brani energici, claustrofobici, scarni, sempre sull’orlo dell’improvvisazione libera — quasi la minaccia di un’esplosione.

 

redman8 — Joshua Redman & Brad Mehldau, Nearness

Bastano le prime note di Ornithology, lo standard di Charlie Parker con cui si apre questo disco, per togliere a chi ascolta il tempo di respirare. Mehldau e Redman perfezionano l’arte della conversazione tra due strumenti, avvitandosi in vertiginose variazioni sul tema, rispondendo l’uno al fraseggio dell’altro in stile quasi contrappuntistico, e abbandonandosi al lirismo quando arriva il momento della ballad. Un disco da studiare.

 

barron9 — Kenny Barron Trio, Book Of Intuition

Alchimie perfette anche nell’ultimo album del trio di Kenny Barron — che in una parola potremmo definire soltanto classy. Tra swing solidissimo, accenti latin, omaggi bop a Bud Powell, rivisitazioni di Monk, ballad oniriche à la Maiden Voyage, in Book Of Intuition passa tutta la storia del jazz — riassunta nell’essenzialità classica e composta del piano trio.

 

preminger10 — Noah Preminger, Dark Was The Night, Cold Was The Ground

Il titolo del disco — registrato dal vivo — viene dalla canzone più famosa del bluesman Blind Willie Johnson, a cui il sax di Noah Preminger rende onore soffiando, gemendo, sussurando. Tutto l’album è un monumento all’eredità del delta blues: e l’assenza del pianoforte, lasciando sottintesa l’armonia, contribuisce a renderne l’asciutta dignità. Da ascoltare rigorosamente dopo il tramonto.

 

Informazioni sull'autore
Sebastian Bendinelli
Author:Sebastian Bendinelli
Redattore
Chi sono:
Ho studiato basso elettrico in Cluster con Piero Orsini, che mi ha contagiato con la passione per la musica jazz. I miei ascolti musicali sono onnivori e disordinati: a parte il jazz (e la black music in generale), cerco di tenere un orecchio aperto anche sul mondo dell'indie e dell'elettronica.