“Tutto va bene”, All is well. Questo sembrava dire Charlie Parker mentre suonava secondo Jack Kerouac, che in Mexico City Blues gli dedica una poesia paragonandolo a Buddha. “L’espressione sulla sua faccia era calma magnifica e profonda come l’immagine del Buddha che si rappresenta in Oriente, gli occhi socchiusi l’espressione che dice: tutto va bene”.

 

 

L’olimpica serenità colta dal massimo cantore della beat generation — che tanto è stata influenzata dal bebop, come musica e come estetica — sembra contrastare con l’irruenza squillante del sassofono alto di Charlie Parker — quella folla di frasi velocissime e ritmicamente spezzate che gli valsero il soprannome di Bird, perché trillava come un usignolo — e soprattutto con il suo stile di vita autodistruttivo. Charlie Parker è stato un Buddha, un santo, ma allo stesso tempo l’icona del jazzista maledetto, come immortalato dal biopic di Clint Eastwood a lui dedicato, Bird.

 

 

A più di sessant’anni dalla sua morte, un disco appena uscito per la storica etichetta Impulse! gli rende omaggio dando — letteralmente — nuova voce ad alcuni dei suoi temi più famosi. The Passion of Charlie Parker (e anche in questo titolo torna una certa suggestione religiosa) raccoglie infatti 12 brani, di cui 2 interludi strumentali e 10 cantati. Alla voce spiccano alcuni dei nomi più in vista del jazz contemporaneo: Madeleine Peyroux, Gregory Porter, Kurt Elling, oltre all’attore Jeffrey Wright nel ruolo narrante dello stesso Charlie Parker, e Barbara Hannigen, cantante classica, nel ruolo della sua ultima moglie, Chan.

 

passion charlie parker

 

Il risultato è una sorta di opera jazz che ripercorre impressionisticamente la vita e la carriera del grande altosassofonista. L’idea del produttore Larry Klein — come scrive lui stesso nelle note del disco — è stata quella di “creare un linguaggio musicale che somigli a quello su cui Bird starebbe lavorando se fosse vivo oggi, e suonare queste sue canzoni in maniera diversa dalla pratica comune degli anni Quaranta e Cinquanta”. Per questo, a fornire l’impalcatura musicale al disco sono stati chiamati alcuni dei musicisti più moderni — nel senso migliore del termine — che si possano trovare sulla scena: Donny McCaslin al sax tenore, Ben Monder alla chitarra, Mark Giuliana e Eric Harland alla batteria, Scott Colley e Larry Grenadier al contrabbasso, Craig Taborn al piano. Le liriche sono tutte originali, eccezion fatta per Yardbird Suite, che sfrutta un testo scritto già da Charlie Parker.

 

 

La narrazione non segue l’ordine cronologico: si passa subito dalle presentazioni tra Charlie e Chan (I heard about this guy named Charlie Parker / I asked the girl who told me / “Hey, is he cute?”) al funerale, per poi tornare agli anni della giovinezza. L’addio a Kansas City per New York suona come una marcia epica sulle note di K.C. Blues, mentre il trasferimento a Los Angeles, negli anni più bui della tossicodipendenza, è un’ubriaca versione di Moose The Mooche cantata da Kurt Elling, nel rispetto della leggenda che vuole che dietro il soprannome di Moose The Mooche si celasse lo spacciatore di fiducia di Charlie, the Duke of Central Avenue.

Come ogni passione che si rispetti, anche questa si conclude con l’apoteosi del suo protagonista, cantata in francese sulle note di Au Privave da Camille Bertault — siamo a Parigi, dove Charlie si era recato nel 1949 ed era stato accolto trionfalmente.

The Passion of Charlie Parker è insomma molto più di un semplice tributo: cerca di far rivivere il personaggio, la figura sfuggente del padre del bebop, con le sue luci e le sue ombre, ribadendo allo stesso tempo l’importanza fondamentale della sua musica per tutto ciò che ancora oggi chiamiamo jazz.

If I could perform one miracle / I’d revive your thoughts of me / Yet I know that it’s hopeless / You could never really care, dice Charlie in Yardbird Suite. Ma per fortuna non è vero: ci sono ancora musicisti, e ascoltatori, a cui importa.

Informazioni sull'autore
Sebastian Bendinelli
Author:Sebastian Bendinelli
Redattore
Chi sono:
Ho studiato basso elettrico in Cluster con Piero Orsini, che mi ha contagiato con la passione per la musica jazz. I miei ascolti musicali sono onnivori e disordinati: a parte il jazz (e la black music in generale), cerco di tenere un orecchio aperto anche sul mondo dell'indie e dell'elettronica.