Roberto Polillo, classe 1946, ha avuto da giovanissimo una doppia fortuna: un precoce talento per la fotografia e un padre impegnato come pochi altri nella diffusione del jazz americano in Italia — quell’Arrigo Polillo autore di una Storia del jazz ancora considerata capitale nella letteratura del genere, fondatore nel 1946 della rivista Musica Jazz e instancabile organizzatore di concerti.

“Mio padre lavorava come dirigente alla Mondadori, perché anche allora con il jazz non si guadagnava mica. Per la rivista aveva sempre bisogno di fotografie, io avevo questa passione per la fotografia, così un giorno mi mise una macchina professionale in mano e mi mandò a scattare foto ai musicisti”.

Così Roberto Polillo ha potuto fotografare quasi tutti i grandi nomi del jazz internazionale, durante le loro trasferte in Italia, Svizzera e Francia, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Una stagione irripetibile, come lui stesso ricorda: “In quegli anni erano ancora vivi e attivi tutti i grandi del jazz classico, da New Orleans all’era dello swing: Louis Armstrong, Coleman Hawkins… fotografare il jazz 1Ma allo stesso tempo c’erano anche i musicisti bop, e tutti quelli che stavano rivoluzionando la musica con il free jazz. Erano anche anni di lotte politiche molto dure negli Stati Uniti, e la musica non ne era estranea”. Un centinaio dei suoi scatti, di recente raccolti anche in un libro, sono stati esposti a BASE Milano in occasione del festival Jazzmi, in una mostra intitolata Swing, Bop & Free — un ideale viaggio nel tempo, in rigoroso bianco e nero, nella realtà musicale di quegli anni d’oro. 

Molte di queste foto hanno assunto una vita propria, sono entrate a far parte dell’immaginario jazz, riutilizzate infinite volte su libri, giornali, riviste e copertine di dischi — come l’intenso primo piano di Bill Evans scattato a Linate, o l’Eric Dolphy in estasi che si ritrova sulla copertina Einaudi della Nuova storia del jazz di Alyn Shipton, o il celebre profilo di John Coltrane che fuma il sigaro. “Tutti hanno pensato che in questa foto Coltrane avesse uno sguardo particolarmente profondo, mistico… Invece stava soltanto aspettando i bagagli in aeroporto”, racconta Polillo, che in quattro occasioni, durante l’esposizione, ha fatto da guida in prima persona ai visitatori.

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Ogni foto è legata a un aneddoto, a partire proprio da Coltrane, folgorazione e imprinting per Polillo da quando a soli sedici anni si ritrovò a pochi centimetri da lui, per fotografarlo, in concerto con il suo quartetto classico al Teatro dell’Arte. Ma ci sono tutti: Miles Davis che, per rappacificarsi con il padre Arrigo dopo un litigio, scherza fingendo di suonare il sax “come un drogato”; Duke Ellington, che scendeva dall’aereo con un lungo cappotto di cammello bianco e veniva accolto con mazzi di rose rosse; Gerry Mulligan, sempre attorniato da ragazzine estasiate; Thelonious Monk, che non parlava, e la moglie Nellie che rispondeva al suo posto durante le interviste; Charles Mingus, che non si separava mai dalla sua valigia piena di pillole; Coleman Hawkins vecchio, con la barba incolta, depresso — si diceva — per un amore non corrisposto.fotografare il jazz 3

Al ricordo degli scatti — a volte eseguiti in posizioni precarie, arrampicato sopra i fari del Teatro Lirico o sdraiato sotto la grancassa della batteria — si intreccia l’incanto dei concerti: da Ella Fitzgerald sempre timida e insicura, che prima di ogni esibizione doveva essere rassicurata da Norman Granz, alla big band di Duke Ellington che suonava come una macchina, anche senza bandleader: “Molti erano ubriachi, molti dormivano. Johnny Hodges, per esempio: stava sempre in un angolo a dormire. Quando era il suo turno di fare l’assolo, si svegliava, si metteva davanti agli altri, suonava, e poi tornava a dormire”. 

 

Ha sviluppato un rapporto personale, di amicizia, con qualcuno dei grandi musicisti che ha avuto occasione di fotografare?

No, no... Innanzitutto ero troppo giovane, studiavo, e poi ho iniziato a occuparmi di informatica, ho fatto l’imprenditore, quindi tutt’altro. Poi erano rapporti abbastanza brevi, i musicisti venivano nel luogo del concerto per fare il concerto e ripartivano di solito il giorno dopo. C’è qualche musicista che si è stabilito in Italia, però io poi mi sono occupato di altre cose e non ho avuto modo di sviluppare rapporti più stabili. Invece, sì, mio padre aveva rapporti frequenti con tutto questo mondo.

fotografare il jazz 4Recentemente è tornato a occuparsi di fotografia, ma con progetti e intenti artistici del tutto diversi. Che differenza c’è nell’atteggiamento del fotografo quando ritrae i jazzisti sul palco e quando fotografa ambienti e paesaggi?

Sono quasi due vite completamente diverse. Queste foto di jazz arrivano fino all’inizio degli anni Settanta, poi io per circa trent’anni non ho sostanzialmente più fatto fotografie, e ho ripreso nel 2003/2004 — ho dovuto anche ri-studiare tutto quello che era accaduto nel mondo della fotografia nel frattempo. Nel 2006 ho cominciato con il digitale e sono andato avanti con il digitale a fare delle foto particolari — faccio solo queste da dieci anni: a colori, molto pittoriche, con una tecnica del mosso, muovendo la fotocamera durante lo scatto nei tempi lunghi. Vengono fuori queste immagini sognanti, con cui cerco di rappresentare lo spirito dei vari luoghi. Io sono un appassionato viaggiatore, ho viaggiato tantissimo per fare queste foto: in Medio e in Estremo Oriente, ma anche in Centro America e nel Nord... Ho iniziato però a mostrare queste foto in pubblico solo recentemente. Proprio oggi [13 novembre, ndr] si è conclusa a Milano, al Palazzo delle Stelline, una mia mostra su Venezia.

 

[Alcune delle foto di Roberto Polillo sono visibili sul suo sito]

 

A proposito di catturare lo “spirito” di un luogo: nei ritratti jazz cercava di mantenere soltanto uno scopo professionale, documentario, o anche lì inseguiva l’obiettivo di catturare nell’immagine, per così dire, il suono stesso?

Certo. Io ero appassionato di questa musica, ne sentivo il feeling, e cercavo di rappresentare le espressioni dei musicisti mentre suonano, mentre improvvisano. Non mi interessava il contesto ambientale, ma il musicista — soprattutto nel momento in cui creava, quindi sul palco, o magari anche durante le prove. Ho fatto anche delle foto in esterni, ma non ne ho mai fatte in studio. Questo è quello che mi interessava. E il bianco e nero rende perfettamente.

 

Segue ancora il jazz?

Non frequento più molto i locali, ma sì, qualche concerto all’anno vado a sentirlo, soprattutto dei nomi più importanti.

 

Cosa pensa dell’onnipresenza degli smartphone ai concerti? Ormai il pubblico passa gran parte del tempo a scattare foto e registrare video...

È inevitabile, sarà sempre così, capita in tutti i grandi eventi: che siano concerti jazz, concerti pop, rappresentazioni teatrali, sfilate di moda, partite di calcio. Ormai il mondo è fatto così, non ci si può fare niente.

 

Alcuni musicisti sono notoriamente poco inclini a farsi fotografare — lei stesso citava Miles Davis, Charles Mingus e Keith Jarrett come “il gruppo degli arrabbiati”. Ha mai avuto problemi a fotografare qualcuno?

Io francamente no. Sono stato molto attento con Miles Davis, perché conoscevo il tipo, ma per il resto erano tutti molto aperti, molto accessibili, anche molto divertiti dal fatto di essere trattati come delle star, mentre negli Stati Uniti in quegli anni venivano trattati in tutt’altro modo.

Informazioni sull'autore
Sebastian Bendinelli
Author:Sebastian Bendinelli
Redattore
Chi sono:
Ho studiato basso elettrico in Cluster con Piero Orsini, che mi ha contagiato con la passione per la musica jazz. I miei ascolti musicali sono onnivori e disordinati: a parte il jazz (e la black music in generale), cerco di tenere un orecchio aperto anche sul mondo dell'indie e dell'elettronica.