Psicoterapeuta presso l’Ospedale Sacco, presidente di Amici della Mente Onlus e professore di Psicologia all'Università degli Studi di Milano, il dottor Gabriele Catania ha ideato Faber in Mente, un progetto sulle canzoni di Fabrizio De Andrè per curare i pazienti e contrastare i pregiudizi sulle forme di disagio psicologico.

Gli allievi Cluster hanno realizzato un cd prodotto da Giuliano Dottori le cui tracce presentano i testi delle canzoni di De Andrè rivisitati dal Dottor Catania. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo e gli abbiamo fatto qualche domanda riguardo questa esperienza.

 

Secondo lei perché spesso vengono utilizzate forme d'arte quali la musica, la poesia e la pittura per raccontare forme di disagio psicologico e psichiatrico?

Sono fermamente convinto che esista una sola modalità per esprimere e comprendere i disagi psichici: l'empatia. L'opera di Fabrizio De Andrè più di ogni altra propone questa empatia. Nel nostro caso la musica permette di cogliere l'aspetto esistenziale di una storia clinica e non quello meramente medico, il che è fondamentale tanto per i pazienti quanto per la collettività.

Quali sono le finalità della terapia De Andrè?

Ha una doppia finalità, in primo luogo accompagna ed aiuta il paziente durante il suo percorso di guarigione, secondariamente rappresenta un eccezionale strumento di prevenzione e di abbattimento dei pregiudizi sociali sulle malattie psicologiche.

Come funziona?

Durante le sedute coinvolgo il soggetto nell'ascolto e nell'analisi della canzone scelta e il paziente si identifica con il personaggio del brano con il quale condivide una certa situazione di disagio emotivo. Questo gli permette di distanziarsi dalla sua sofferenza e dai suoi elementi conflittuali, arrivando così ad analizzare e comprendere in modo più razionale i suoi problemi.

Secondo lei anche ritmo e melodia delle canzoni di Faber possono aiutare il paziente, o sono solo le parole ad incidere sulla terapia?

De Andrè ha scritto «per me la musica è come un tram che trasporta parole» infatti inizialmente il maestro curava prevalentemente i testi e le musiche venivano solo dopo, erano molto semplici. Negli anni poi ha compreso l'importanza delle melodie e soprattutto dopo aver conosciuto Franz di Cioccio ha notevolmente migliorato l'aspetto musicale. Comunque sì, credo che anche ritmo e melodia abbiano la loro importanza; ad esempio La Canzone di Marinella, cantata su un'altra base, non sortirebbe lo stesso effetto, non sarebbe la stessa cosa! Sono anche convinto che nell'immaginario dell'individuo non sia possibile scindere il testo dalla musica, è un grande tutt'uno che, non a caso, si chiama musica d'autore.

Ecco quindi la musicoterapia…

Eh sì… All’Ospedale Sacco abbiamo avviato al centro diurno un progetto intitolato Tu Prova ad Avere un Mondo nel Cuore che prevede una terapia basata proprio sull'ascolto di diversi brani e sul songwriting. Questa bellissima iniziativa coinvolge ed interessa molto i pazienti che seduta dopo seduta, migliorano notevolmente.

Come nasce l'idea di Faber in Mente?

Correva l'anno 2009 e ascoltando una mia paziente con disturbi di anoressia mi venne improvvisamente in mente La Ballata dell'Amore Cieco. L'associazione non era casuale, il brano e il caso clinico che stavo trattando erano infatti legati dal tema dell'amore che va meritato. La mia paziente e il protagonista della ballata non venivano mai amati a prescindere, dovevano sempre guadagnarsi l'affetto altrui portando a termine i compiti che di volta in volta venivano loro assegnati. Dopo quell'episodio ho iniziato a trovare sempre più assonanze fra le storie dei miei pazienti e ciò che veniva raccontato nelle canzoni di Faber: non poteva essere un caso! Così un giorno ho iniziato a riscrivere le varie storie, spinto dalla voglia di far conoscere alla gente una realtà così complessa quale quella della psicologia e dei disturbi che possono colpire la mente umana.

E poi che è successo?

In quel periodo stavo seguendo dei corsi di chitarra, canto e teoria musicale presso la Scuola di Musica Cluster di Milano. Ho contattato la direttrice Vicky Schaetzinger: dovevo assolutamente parlarle del mio progetto! Ci siamo visti e le ho fatto leggere i miei testi, riscontrando in lei grande apprezzamento ed entusiasmo. Abbiamo parlato a lungo e mi ha proposto di coinvolgere dei bravi allievi di Cluster per incidere le canzoni. Giovani che suonano e cantano problemi di giovani. Ho trovato l’idea perfetta. Poi Vicky ha coinvolto Giuliano Dottori, chitarrista, cantautore, arrangiatore e produttore oltre ad essere insegnante di musica d’insieme e chitarra della Scuola di Musica Cluster. Giuliano è stato bravissimo a produrre degli arrangiamenti e ha saputo cogliere in pieno lo spirito del progetto. È un cantautore dotato di grande sensibilità. I giovani musicisti di Cluster che hanno partecipato hanno dimostrato una grande sensibilità per l’argomento oltre al loro talento musicale. Abbiamo portato avanti questo bellissimo lavoro con l'approvazione e l'appoggio di Dori Ghezzi ed il benestare della fondazione De Andrè.

Che sensazione ha provato nello stravolgere i testi di De Andrè? Avrebbe creduto, prima di parlare con Dori Ghezzi, che lei e la fondazione avrebbero dato il loro benestare a questo cambiamento? 

Devo dire che questa operazione di parafrasare le canzoni di Fabrizio De Andrè per raccontare le storie di alcuni pazienti è nata ed è continuata in modo quasi inconsapevole, tutto è successo naturalmente senza un’intenzionalità precisa. Penso che se l’avessi programmata razionalmente non avrei avuto il coraggio di farlo. Non nego comunque che non mi sia più volte fermato a pensarci. Il credere fortemente in questo progetto, alla possibilità di contribuire a dare un’utilità “concreta” all’opera di Fabrizio De Andrè come egli stesso ha indicato in quella sua affermazione secondo la quale le canzoni creano realtà sognate ma se si vuole cambiare le cose bisogna trasformare gli ideali e i sentimenti che le hanno ispirate in atti concreti, mi ha sempre fatto superare ogni dubbio. D’altronde ho sempre pensato che se uno crede in un progetto ha il diritto di provarci sapendo che se poi non si dovessero raggiungere gli obiettivi che ci si è proposti, non è nulla di drammatico: bisogna sapere accettare i propri limiti e non perseguire l’onnipotenza. È stato questo principio e i pareri favorevoli che ho avuto da persone esperte del settore, in primis la stessa Vicky, che mi hanno incoraggiato a scrivere una mail alla Fondazione De Andrè e andare e andare a proporre il progetto. Come è andata a finire è cosa nota.

Se potesse scegliere una canzone del maestro per descrivere la sua vita quale sceglierebbe?

Il suonatore Jones

Cosa chiederebbe a De Andrè se l'avesse di fronte?

Gli chiederei di specificare meglio quando, terminato l'album Storie di un Impiegato, ha detto «questo album mi è costato talmente tanta fatica, che è stato quasi come fare psicoterapia».

Benedetta Provasoli e Emanuele Bazzotti

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Emanuele Bazzotti
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