Leif Searcy vanta un invidiabile curriculum, ha suonato con molti grandi musicisti italiani e il suo percorso artistico è costellato di incontri artistici di altissimo livello, eppure il suo approccio alla musica è rimasto diretto, viscerale e appassionato.

Che si tratti di suonarla o di insegnarla (insegna a Cluster da oltre 10 anni!), a Leif interessa la musica nella sua essenza: è una necessità, una forza tangibile e propulsiva che traspare da ogni sua parola.

 

Tu hai cominciato da piccolissimo...

Sì, a 8 anni ho iniziato a prendere lezioni di batteria da Italo Savoia, un percussionista del Teatro alla Scala, collega di mio padre. Entrambi i miei genitori suonavano alla Scala e a casa si ascoltava di tutto: dai Beatles a Wagner, dal Elvis a Mahler. A me attirava la musica moderna, ero innamorato dei Beatles, volevo essere Ringo Starr o George Harrison, già allora mi piacevano gli outsider! Altro mito: Jimi Hendrix. Mio padre era nato col rock and roll e il jazz, poi era passato alla classica. Io non sono mai stato un grande appassionato di musica classica, fatta eccezione per la Sagra di primavera di Stravinskij, naturalmente! Dunque per due o tre anni ho studiato batteria, poi, quando il mio insegnante propose di passare alle percussioni classiche (marimba, vibrafono e timpani), ho mollato. Mi sono messo a giocare a calcio, a studiare karate... la batteria era sempre in casa, ma la toccavo poco. In compenso di musica ne ascoltavo tantissima: Phil Collins, i Toto, i Police, Sting. Poi mi ricordo che un'estate al mare arrivò un mio amico che suonava il basso elettrico, e io mi mettevo a battere il tempo con le bacchette dei racchettoni sulla base dell'ombrellone. Facevamo delle jam session così! Oppure mettevo un disco dei Power Station e seguivo la musica tamburellando. Al ritorno da quella vacanza cominciai a prendere lezioni da Tullio De Piscopo. Dai 13 fino ai 20 anni ho studiato con lui.

E poi?

Poi sono andato a studiare a Vienna, deciso a fare il musicista.

Avevi già le idee molto chiare...

Sì, ho sempre avuto una forte passione per la musica e tanta curiosità. Mi ricordo un concerto di fine anno improvvisato a scuola: io suonavo la batteria e i miei compagni ballavano. Questo mi dava un gran piacere, mi sentivo importante. In quel momento ho pensato che suonare fosse la cosa più bella del mondo!

Ti sei diplomato a Vienna e poi sei tornato in Italia?

Sì, ho continuato a prendere lezioni da vari maestri, da Maxx Furian e da Ettore Fioravanti, mi sono diplomato a Siena Jazz e da lì mi sono buttato: ho iniziato a suonare dal vivo, all'inizio con Carmen Consoli, poi con Paola e Chiara, Alberto Fortis, Francesco Renga, Malika Ayane eccetera.

Tu insegni a Cluster dal 2004. Come accosti l'attività didattica a quella di musicista?

Insegnare e suonare sono due mestieri completamente diversi. Nel primo caso sei a servizio della musica o dell'artista che accompagni, quando insegni invece devi stimolare chi hai di fronte: non si tratta solo di fornire i mezzi per superare tecnicamente delle difficoltà, ma di indurre l'allievo a innamorarsi dello strumento e della musica.

Come fai?

Non è facile, ma sono tenace e passionale anche nell'insegnamento. Quello che è fondamentale non è l'esercizio, soprattutto nella musica leggera: deve arrivare qualcos'altro, devi trasmettere non solo la didattica ma la gestione mentale, psicologica e fisica dello strumento. Ci sono un sacco di sfumature. Quando esci da scuola c'è tutto un mondo che non conosci, non esiste un metodo che ti insegni a suonare nei locali, o con gli altri musicisti. Impari strada facendo, accumulando esperienze e incontri. Per esempio nelle classi di musica d'insieme dico ai miei studenti di guardarsi negli occhi, di non stare chini sullo strumento, perché ci sia anche una comunicazione visiva.

Riesci a trasmettere tutta la tua passione agli allievi?

Faccio il possibile, ogni allievo è diverso, ha capacità mentali e fisiche differenti e la didattica si adatta a questo. A me importa che usino lo strumento come veicolo della loro personalità. A volte lo scambio è molto forte.

Il tuo rapporto con lo strumento?

Assolutamente fisico. Lo amo, lo maltratto, lo coccolo, come una donna!

E sul palco cosa provi?

Adrenalina, ma al tempo stesso grande calma. Più il concerto è importante più sono calmo e rendo meglio. Quando ho suonato al Forum di Assago davanti a 12 mila persone mi sentivo una macchina da guerra, ero concentratissimo. La batteria è la spina dorsale della band, non puoi permetterti di essere insicuro. Ho imparato a trasformare la tensione in energia positiva.

Come ci riesci?

Concentrandomi. Mi preoccupo innanzitutto di mettere a proprio agio i miei colleghi e l'artista che accompagno, faccio un gioco di squadra, del quale io mi sento il regista: mi piace prendermi le responsabilità. Ogni volta sento che ho ancora molto da imparare e voglia di mettermi in gioco, e poi... suonare è bellissimo!

Perché è così bello suonare?

Non lo so. Ti rispondo come Billy Elliot nel film, quando gli chiedono perché gli piace danzare. Lui risponde: perché ti senti l'elettricità passare per tutto il corpo. Per me è la stessa cosa.

 

Tre anni fa a New York ero seduta tra il pubblico in un teatro di Broadway e sul palco un numero impressionate di ballerini, attori, cantanti e musicisti: era una travolgente versione di Billy Elliot, il musical. Un allestimento come solo negli Stati Uniti si possono vedere. Ricordo la straordinaria cura nei dettagli, l'impeccabile preparazione degli artisti, la precisione tecnica. Ma quel che ancora mi porto dentro è l'energia, la semplicità, la passione che lo spettacolo trasmetteva e che era quasi tangibile. Ecco: Leif è un po' questa cosa. E forse, come dice lui stesso, la musica, ma più in generale l'arte, è tutta questione di elettricità che passa per il corpo...

Informazioni sull'autore
Giovanna Rossi
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Chi sono:
Laureata in Scienze Biologiche all'Università Statale di Milano, nel '93 consegue il diploma di recitazione presso l'Accademia dei Filodrammatici di Milano e comincia l'attività teatrale come attrice.