Il nome di Thundercat ha cominciato a circolare soprattutto affiancato a quello dei suoi amici e collaboratori Flying Lotus, Kamasi Washington e Kendrick Lamar. Artisti molto diversi, ma accomunati — oltre che dalla provenienza, Los Angeles — da un impegno musicale orientato coerentemente verso una ridefinizione della musica black in tutte le sue ramificazioni.

Kendrick Lamar nell’hip-hop, Washington nel jazz strumentale, Flying Lotus nell’elettronica. Thundercat si può collocare idealmente nel mezzo, e lavorando soprattutto dietro le quinte come produttore, arrangiatore o guest artist, ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione del suono che fa da collante a questa “scena”.

Bassista, compositore e cantante, la sua impronta si sente forte e chiara in due dischi eccellenti come Cosmogramma (2010) e You’re Dead! (2014) di Flying Lotus, ma il colpo grosso è arrivato nel 2015 con il successo planetario di To Pimp a Butterfly, di cui a buon diritto viene considerato uno degli architetti musicali.

Il capolavoro di Kendrick Lamar gli è valso anche un Grammy, per la migliore collaborazione vocale in un brano rap, These Walls. Ma nel frattempo Thundercat aveva già pubblicato due dischi a proprio nome per Brainfeeder, l’etichetta di Flying Lotus, The Golden Age Of Apocalypse (2011) e Apocalypse (2013). Non solo: era stato il bassista di Erykah Badu, Snoop Dogg e — questo la dice lunga sulla sua versatilità — del gruppo crossover/metal Suicidal Tendencies, insieme al fratello batterista.

A febbraio di quest’anno è uscito il suo terzo album solista, Drunk, con cui si può dire che Thundercat, nato Stephen Bruner, trentaduenne, abbia raggiunto la piena maturità artistica.

 

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La sua musica tende a non farsi apprezzare al primo ascolto: complessa, stratificata, affollata di citazioni, per molti aspetti barocca. Stilemi caratteristici: gli arpeggi di basso (Thundercat suona di solito su sei corde), l’uso pesante di auto-wah, vocalismi e armonizzazioni molto estese, linee melodiche divaganti, e soprattutto l’inconfondibile falsetto.

Con Drunk si aggiunge una caratteristica già tipica di Flying Lotus o — per pescare sempre nel genere — del batterista e produttore Karriem Riggins (di cui è uscito quest’anno Headnod Suite): la dissoluzione della forma-album in una raccolta di numerosi brani (in Drunk, 23) perlopiù molto brevi, in cui diventa difficile distinguere intro, outro, interludi e canzoni vere e proprie. Il disco scorre rapidissimo, ma ne deriva lo stesso disorientamento di chi, abituato ad ascoltare LP coesi dall’inizio alla fine, prova ad affrontare la discografia di Frank Zappa — con cui peraltro Thundercat condivide una certa vena istrionica ed eccentrica.

Ma non mancano, in Drunk, i “singoloni”, perfetti per la radio, ancora più che nei due album precedenti (da questo punto di vista molto meno notevoli). Su tutti, Friend Zone, Them Changes e Show You The Way, con Michael McDonald e Kenny Loggins.

 

 

Come racconta lui stesso in un’intervista  il nome dell’album deriva proprio da questa sua natura composita e delirante. Ascoltandolo, Flying Lotus avrebbe detto: “Questo disco è fuori di testa, dovresti intitolarlo drunk”. E così è stato.

Le canzoni passano tranquillamente dal puro nonsense a tematiche serie, incluso — ed è l’altra chiave di lettura del titolo — il problema dell’abuso di alcolici, su cui Bruner è stato portato a riflettere dopo la morte prematura di Austin Peralta, tastierista e suo grande amico.

Ma che genere fa Thundercat? Il suo punto di riferimento principale, senza dubbio, è nel “P-Funk” dei Parliament-Funkadelic — non a caso nella traccia di apertura di To Pimp a Butterfly c’è al suo fianco il gran maestro del genere, George Clinton. Del P-Funk Thundercat recupera non soltanto la gamma di suoni, ma anche una certa estetica esuberante, che si manifesta in vestiti sgargianti, copricapi fantasiosi e strumentazione zarra. Pur senza toccare gli eccessi di Bootsy Collins, anche Thundercat — come Kamasi Washington — si rifà a un immaginario afro-futurista, figlio di Sun Ra, grandioso e “cosmico” tanto nella musica quanto nella presenza scenica.

 

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George Clinton / CC Wikimedia Commons

 

Parallelamente si nota una ripresa dell’estetica blaxploitation, come vengono definiti i film a basso costo destinati a un pubblico afroamericano che negli anni ’70 tanto hanno fatto per la diffusione della musica funk e soul. La copertina di Drunk è un riferimento esplicito a quel tipo di produzione — non stonerebbe tra quelle di Curtis Mayfield o Roy Ayers.

Siamo dunque di fronte a una complessiva rielaborazione di tutta la cultura pop afroamericana del Novecento, restituita a una sua dimensione di vitalità creativa. Il jazz, la fusion, l’hip-hop, il soul — tutto concorre a creare non una semplice mescolanza di stili, ma un suono nuovo, perfettamente al suo posto nel 2017.

Informazioni sull'autore
Sebastian Bendinelli
Author:Sebastian Bendinelli
Redattore
Chi sono:
Ho studiato basso elettrico in Cluster con Piero Orsini, che mi ha contagiato con la passione per la musica jazz. I miei ascolti musicali sono onnivori e disordinati: a parte il jazz (e la black music in generale), cerco di tenere un orecchio aperto anche sul mondo dell'indie e dell'elettronica.