Un artista a tutto tondo che con la chitarra, con la scrittura, con il disegno cerca costantemente di creare mondi nuovi in cui esprimere se stesso: nato a Reggio Calabria ma padovano di adozione, per Luca Francioso la componente essenziale del mestiere del musicista è avere delle storie da raccontare.

Luca, chitarrista e compositore particolarmente prolifico e uomo sempre alla ricerca del confronto con gli altri, lunedì 3 aprile presso Cluster sarà protagonista di una speciale masterclass con concerto a seguire. La prenotazione è consigliata (clicca qui). Abbiamo fatto due chiacchiere su Padova, il mondo della chitarra acustica, Spotify ed Edgar Allan Poe.

 

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Luca, tu sei nato a Reggio Calabria però dall'accento non si direbbe...

Riscopro la mia meridionalità quando sto con meridionali. Mio papà era sottufficiale di marina e da Reggio Calabria ci siamo spostati a Venezia. Per cui io sono diventato veneto, ma con i miei amici calabresi l'accento del sud salta fuori.

 

Ci consigli un paio di posti da non perdere a Padova?

Direi il Prato della Valle, che è bellissimo, una delle piazze più grandi d'Europa. Nelle sere d'estate sono molti i chitarristi che vanno lì a suonare e cantare con gli amici. Poi senz'altro la basilica di Sant'Antonio di Padova. Da amante dell'arte quale sono, inoltre, direi assolutamente la Cappella degli Scrovegni con gli affreschi di Giotto. Infine mi piacciono molto i Ghetti, una zona della Padova vecchia.

 

Tu hai ha portato la tua musica in tanti paesi del mondo: che differenze hai notato fra il pubblico straniero e quello italiano? C'è una sensibilità diversa rispetto alla musica dal vivo e al mestiere del musicista?

È un discorso delicato perché si corre sempre il rischio di fare gli esterofili. Comunque all'estero la sensazione più grande che ho avuto è stata di non essere uno dei tanti ma uno fra tanti. Le novità ricevono un'attenzione diversa: “C'è un musicista nuovo, che bello!”. Per cui si vanno a vedere i concerti di cui non si conosce l'artista, cosa quasi impossibile qui da noi dove ognuno va a vedere solo il gruppo o il cantante che già conosce. Poi all'estero la maggior parte dei concerti sono a cappello, cioè a offerta libera finale: se lo fai qua rischi di andare a casa con niente. Gli stranieri invece riconoscono il valore di quello che stai facendo.

 

Sei chitarrista, compositore, poeta, scrittore di romanzi e racconti, insegnante e autore di metodi per chitarra: cosa ti manca da fare?

Non hai citato i due mestieri che mi tengono più occupato: il marito e il papà. Io ho scelto di studiare alcuni linguaggi, come la musica e anche la scrittura, ma non limito la mia fantasia. Questo non vuole dire avere megalomanie. Anzi, è proprio per il fatto che mi sento davvero piccolo che voglio sperimentare tante cose diverse. Se non potessi più suonare troverei sicuramente qualche altro modo per esprimermi. Per me è una rincorsa continua alla bellezza. Poi pensiamo anche al fatto che questi tempi ci permettono di avere una maggiore libertà di espressione, perché una volta prima che qualcuno vedesse o ascoltasse i tuoi lavori passava del tempo. La rete aiuta molto le persone come me che hanno una grande necessità di comunicare.

 

Ti esibisci con uno spettacolo dal titolo Note raccontate: di cosa si tratta?

A un concerto per l'ennesima volta mi si è avvicinata una persona che mi ha detto che durante gli spettacoli parlo troppo (che è vero). Però è una dimensione a cui non riesco a rinunciare perché sento il bisogno di raccontare ciò che mi ha spinto a essere lì in quel momento. Quindi ho pensato di trovare un modo per dire alle persone che quando vengono a vedermi non ascoltano solo musica: è un incontro con la mia esperienza di vita attraverso lo strumento. Avevo pensato a un titolo come NdR – Note da raccontare, ma c'era già un libro che si intitolava così. Siccome do molto valore alle idee altrui l'ho cambiato in Note raccontate.

 

Edgar Allan Poe scrisse un saggio intitolato Filosofia della composizione: in quanto compositore, qual è la tua filosofia?

Tutto ciò che viene composto da me non può prescindere da una storia. Io cerco sempre di partire da qualcosa da raccontare: sia esso uno stato d'animo, un articolo che ho letto, qualsiasi cosa che mi incuriosisca. Cerco di tradurlo andando a lavorare sul linguaggio musicale e scegliendo quel fraseggio, quel cambio di tonalità, quella serie di aspetti tecnici che mi permettono di raccontare al meglio quella storia. Certamente succede anche che cazzeggiando con la chitarra saltino fuori cose interessanti. In quel caso io prendo quello che ho fatto e lo metto nel cassetto finché non trovo una storia che si leghi perfettamente a quello stato d'animo. Per me è importante usare gli aspetti tecnici nel modo ottimale per raccontare quella storia.

 

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Cosa pensi di Spotify? Fra gli artisti ci sono opinioni contrastanti

Spotify è la fotografia del modo di divulgare la musica oggi. Può piacere o meno, ma se vuoi fare questo mestiere devi conviverci. Devo dire che sto apprezzando molto questo mezzo, perché con un piccolo contributo simbolico ti dà la possibilità di conoscere tantissima musica. La trovo una cosa molto interessante e non mi sento affatto vittima se invece di comprare i miei cd tu mi ascolti su Spotify. Credo che siano dei piccoli compromessi della realtà di adesso. Se esce il nuovo album di Ed Sheeran io sono felice di potermelo ascoltare subito.

 

In quanto insegnante cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?

Se io riuscissi a trasmettere tanto così del mio amore per la musica sarei già felicissimo. Il mondo della didattica è cambiato: ormai su YouTube si trova tutto gratuitamente. Cosa dà allora l'insegnante? Secondo me due cose: la prima è un metodo per imparare al meglio qualsiasi materiale che tu stia seguendo; poi sicuramente l'amore per lo strumento.

 

Sei endorser della Cole Clark: ci parli della tua chitarra?

È uno strumento meraviglioso per due aspetti. Il primo è che mi piacciono molto i legni australiani “a chilometro zero” che usa la Cole Clark. Le chitarre di oggi spesso suonano tutte uguali perché hanno gli stessi legni: palissandro brasiliano, abete della Val di Fiemme e così via. Quello che mi piace della Cole Clark è l'equilibrio fra il suono acustico e quello elettrico sul palco. Le chitarre di liuteria che usavo prima erano bellissime ma suonavano troppo: a fare il soundcheck ci mettevo due ore, adesso dieci minuti. L'altro motivo è che volevo suonare una chitarra che non fosse a tutti i costi lo strumento di grido. Ogni chitarrista dovrebbe trovare “la sua voce”, la chitarra che fa per lui.

 

Cos'è quel martelletto che usi in alcune tue composizioni? È una tecnica piuttosto inusuale

È l'invenzione di un ragazzo americano che mi ha scovato su YouTube e mi ha chiesto di provarlo. All'inizio ho avuto la stessa reazione di tutti: “Ma che è?”. Poi ho cominciato a sperimentarlo e mi ha fatto capire ancora una volta che come razza umana siamo pieni di pregiudizi rispetto alle novità. Ho deciso di provarlo e mi è piaciuto da matti. Ha delle sonorità quasi da clavicembalo ed è un'alternativa meravigliosa alle mie dita. È una tecnica affascinante e peraltro grazie ad essa la mia vita chitarristica è cambiata: sono andato in America, ho conosciuto artisti con cui poi ho duettato.

 

Di cosa parlerai nella tua masterclass?

Di tutto l'aspetto musicale contemporaneo attraverso la mia esperienza. Sarà un “incontro con l'autore” molto ampio, non focalizzato su un argomento specifico. Mi piacerebbe partire, come faccio quasi sempre, con le domande dei ragazzi. Così non faccio un monologo ma racconto la mia esperienza in base alle esigenze delle persone. Cercherò di raccontare tutto me stesso: la tecnica, la composizione, come mi approccio al mondo comunicativo di oggi (forse la cosa più importante adesso per un artista).

 

Per concludere, ci consigli dei chitarristi acustici da scoprire?

Uno è Andrea Baileni, un ragazzo che adesso sta seguendo soprattutto un progetto cantautoriale. È uno che ha qualcosa da dire. Poi mi piace molto Stuart Masters, che ha suonato nel mio ultimo disco. Mi piace il suo modo di comporre e di approcciarsi allo strumento. Poi ci metto Ivan Geronazzo, che adesso ha fatto un tour con Patty Pravo come chitarrista elettrico. Infine direi Adam Morkus, un ragazzo di Praga che ha suonato sempre nel mio nuovo disco. Ha un sacco di musicalità ed è davvero molto bravo. Io sono un italiano mediterraneo: apprezzo la tecnica ma mi piace che tu mi racconti una storia.

 

Clicca qui per prenotare il tuo posto al seminario e concerto di Luca: lunedì 3 aprile dalle 19:00 alle 21:00 (Auditorium Cluster | via Mosè Bianchi 96 | Milano | MM Lotto)

Informazioni sull'autore
Federico Durante
Author:Federico Durante
Caporedattore
Chi sono:
Giornalista di giorno, musicista di notte. In Cluster ho studiato chitarra elettrica, basso elettrico e batteria. Successivamente mi sono avvicinato da autodidatta allo studio del contrabbasso e del violoncello. I miei gusti musicali sono orientati a 360° da Liszt ad Apparat.