Si presenta all'incontro con un look impeccabile: baffo, pizzetto, treccia da indiano Sioux, All Star rosse, camicia fantasia “Route 66”, Ray Ban d'ordinanza. Non ci sono dubbi sul fatto che ci troviamo davanti al Puma di Lambrate, il grande Fabio Treves.

Suonerà con la sua Treves Blues Band ad AmenoBlues il 7 luglio (gli allievi di Cluster possono usufruire di uno speciale sconto sul prezzo dei biglietti del festival: contatta la segreteria).

Il Puma è passato a trovarci a Cluster per una lunga chiacchierata sul blues, su Milano e su oltre quarant'anni di vita on the road al servizio della Musica.

 

Quando a metà degli anni '70 ha cominciato con la Treves Blues Band, chi ascoltava il blues in Italia?

Allora era una musica sconosciuta. Nei negozi non c'erano scaffali con i dischi di blues. Bisognava andare a prenderli a Lugano, oppure chiedere e aspettare. Tutto quello che si sapeva era tramandato oralmente da appassionato ad appassionato: non c'erano i mezzi di comunicazione di adesso. Quindi era veramente una musica per fuori di testa sfegatati. Qualche giornalista pignolo iniziò a definirlo come una musica di nicchia: una cosa che mi ha sempre fatto imbestialire. Invece poco alla volta, anche grazie ai tanti concerti della Treves Blues Band, è diventata una musica popolare. Sono arrivati festival importanti come il Pistoia Blues e film come The Blues Brothers del 1980 che ne hanno rilanciato l'immagine. Prima di allora era difficile ma anche affascinante: ti faceva sentire diverso, non omologato, che poi è l'essenza stessa di questa musica.

 

Il mondo della cultura giovanile di allora era dominato da tendenze musicali come il progressive rock, il cantautorato, la canzone di protesta: il blues che spazio trovava in questo panorama?

Non trovava spazio! Uno dei miei motivi di orgoglio è di avere remato controcorrente. Sono stato fortunato perché era un periodo in cui in Italia c'era una situazione politica, sociale e giovanile molto particolare. In quel contesto il blues poteva essere vissuto come una musica di protesta, di riscatto sociale, di pace, tutti valori tipici di questo genere musicale. Dopo tanti anni c'è una persona che devo ringraziare con affetto: Renzo Arbore. Trasmissioni come L'altra domenica, Quelli della notte e Doc mi hanno fatto conoscere a un pubblico più vasto. Comunque non siamo mai arrivati in classifica e non abbiamo mai vinto niente: per me il blues non è questo.

 

Che significato possono acquisire per le nuove generazioni quei “valori” del blues di cui parlava?

Io sono felice quando mi chiamano nelle scuole per parlare di blues, costume, ambiente, politica. Il blues non è solo un genere musicale: è una filosofia di vita. Non è la musica dei fighetti, ma di quelli che hanno da dire qualcosa con le loro parole o con i loro strumenti. Perché il blues è libertà: lo può fare chiunque con gli strumenti che preferisce ma non si riesce ad arrivare al cuore delle persone se non si ha nulla da dire. Io suono l'armonica, lo strumento più piccolo che ci sia. Però grazie a questo piccolo strumento ho avuto soddisfazioni incredibili.

 

treves cluster

© Scuola di Musica Cluster

 

In quali luoghi muoveva i primi passi un aspirante bluesman a Milano a metà degli anni '70? C'erano dei locali che poi sono scomparsi o dei momenti di socialità legati a quel periodo?

C'era solo il Capolinea, che era la Mecca del jazz. Si trovava in fondo al naviglio, in zona Chiesa Rossa, e si chiamava così proprio perché c'era il capolinea del tram. Dirò una cosa curiosa: la prima sala prove della Treves Blues Band era presso un ostello gestito da suore, in via Ponzio. Queste simpatiche “pinguine”, come quelle dei Blues Brothers, ci davano lo spazio e alla fine della stagione facevamo un concerto. Per noi la cosa importante era suonare. Abbiamo fatto centinaia di concerti di solidarietà: per i profughi cileni, per i ragazzi arrestati per possesso di marijuana, per gli operai licenziati dalle grandi fabbriche di Lambrate come la Innocenti. Così la Treves Blues Band ha cominciato a essere conosciuta. Più tardi sono arrivati i festival. Poi si arriva ai giorni nostri come se fossero passati dieci minuti. Sono passati ormai quasi quarantacinque anni.

 

Milano è una città che ha cambiato pelle molte volte nel corso degli ultimi cinquant'anni: in cosa è cambiata in meglio e in cosa in peggio?

Per esempio sono nate alcune realtà come le scuole di musica, che secondo me sono importantissime, dovrebbero essere aiutate dal Comune. Sono luoghi di cultura: più musica si suona, più ragazzi intelligenti ci sono, meglio va il mondo. Una volta a Milano c'erano uno o due negozi di strumenti musicali per una città che era già una metropoli. Non arrivavano tante band di rilievo: ne passava magari una all'anno, mentre adesso c'è possibilità di scelta. Nella musica, e soprattutto nel blues, sono importanti le culture che si incontrano. È dall'incontro fra diverse esperienze di vita che nascono le cose belle. Io sono sempre stato contro i muri.

 

Il suo nome è legato inevitabilmente a quello di un quartiere di Milano: Lambrate. Cosa ama in particolare di quella zona e perché Lambrate è così blues?

Il mio famoso nomignolo mi è stato dato da un giornalista, che disse: “A Milano finalmente arriverà John Mayall, il Leone di Manchester, ma non dimentichiamoci che noi abbiamo Fabio Treves, il Puma di Lambrate”. Negli anni '70 frequentavo molto il quartiere e avevo lì uno studio fotografico. In più Lambrate era vicina alla mia idea di blues: c'erano la ferrovia, le fabbriche, gli operai e il Parco Lambro che allora era uno dei pochi polmoni verdi di Milano. Quel Lambro voncio e inquinato se chiudevi gli occhi diventava il Mississippi. Il mio legame col quartiere è rimasto lo stesso dopo tanti anni.

 

blues treves

© Scuola di Musica Cluster

 

Lei ha conosciuto Jimi Hendrix, ha suonato sul palco con Frank Zappa, ha aperto i concerti di Bruce Springsteen e Deep Purple: quali sono gli altri miti di Fabio Treves? Ci sono sogni ancora da realizzare?

Il sogno nel cassetto ci sarebbe: suonare prima dei Rolling Stones, il mio gruppo preferito da sempre. Esistono anche rimpianti: per esempio non aver mai suonato in un disco del mio amico Enzo Jannacci o con il grande Fabrizio De André. Quegli ultimi due lavori, i Deep Purple e Springsteen, sono state esperienze indimenticabili. Il Boss ci ha detto: “Io non credevo di arrivare in Italia e trovare una blues band così. Voi potreste suonare in qualsiasi festival di blues americano”. Non è che se usi mille sfumature di colore hai fatto il quadro del secolo: con quattro pennellate puoi raccontare una storia bellissima. Il blues è un insieme di stati d'animo. Chi di noi non ha avuto un momento di sconforto pensando a un amico che non c'è più, a un amore finito, allo sguardo di una ragazza che hai incrociato? È una musica che non andrà mai fuori moda proprio perché è la vita stessa.

 

Lei ha spesso parlato ai giovani: è stato insegnante di sostegno e ha girato per le scuole con la sua band. Visto che ci troviamo in una scuola di musica, uno che ha percorso la sua strada cosa ha da dire ai ragazzi?

Essere sempre desiderosi di imparare, di non fermarsi mai alla superficie, di guardare sempre a chi è più sfortunato. Uno dei motivi per cui vado spesso nei luoghi di sofferenza è per ricordarmi che io sono uno molto fortunato. Cerco di comunicare queste cose ai giovani e mi sono accorto che spesso le capiscono. E poi coltivare la passione ascoltando tutti i generi musicali. Non è vero che un jazzista deve ascoltare solo jazz. Io a casa ascolto la bossa nova, la Nona di Beethoven diretta da Von Karajan, i primi successi di Peppino Di Capri: per me la buona musica è buona musica.

 

Cosa rimane nel 2017 del Fabio Treves contestatore del Movimento Studentesco?

Con il tempo sono diventato più saggio e meno polemico, però sono tante le cose che mi fanno arrabbiare. Per esempio la situazione dal punto di vista ambientale. Oppure: il computer se usato bene è uno strumento rivoluzionario ma mantiene l'anonimato, quindi oggi vediamo il cyber-bullismo e dopo tanti anni di lotte ci sono ancora le battute contro i diversamente abili. Con tanta tristezza c'è poi il discorso della violenza sulle donne. Quello che vorrei si facesse, anche da parte di colleghi più famosi di me, è che invece di fare la pubblicità mettessero la loro faccia per combattere per una giusta causa. Basta infilare una mano nel sacchetto e di giuste cause ne trovi quante ne vuoi.

 

scuola cluster treves

© Scuola di Musica Cluster

 

Si ringraziano Manuela Reggiori e AmenoBlues per la preziosa collaborazione nella realizzazione di questa intervista.

Informazioni sull'autore
Federico Durante
Author:Federico Durante
Caporedattore
Chi sono:
Giornalista di giorno, musicista di notte. In Cluster ho studiato chitarra elettrica, basso elettrico e batteria. Successivamente mi sono avvicinato da autodidatta allo studio del contrabbasso e del violoncello. I miei gusti musicali sono orientati a 360° da Liszt ad Apparat.