Tra gli anniversari celebri che cadono quest’anno, c’è n’è uno particolarmente importante per la musica del Novecento. Il 26 febbraio di un secolo fa veniva registrato infatti il primo disco “jazz” della storia (le virgolette sono d’obbligo, data l’evoluzione del genere): due facciate di vinile incise a New York negli studi della Victor dalla Original Dixieland Jass Band, Livery Stable Blues e Original Dixieland One Step.

 

 

Anche la Columbia aveva provato — senza riuscirci — a registrare i brani della ODJB, che in quei mesi si trovava in tournée nel Nord degli Stati Uniti, diffondendo con grande successo la musica che si poteva ascoltare a New Orleans da almeno una decina d’anni. Il disco — una vera novità per l’epoca — vendette oltre un milione di copie, influenzando un’intera generazione di musicisti e contribuendo ad affermare il primato di New Orleans sulle origini del jazz. La mancanza di testimonianze sonore precedenti e i racconti non del tutto concordi dei protagonisti di quella stagione suggeriscono un quadro più sfumato, ma che il jazz — in quegli anni ancora indistinguibile dal ragtime — abbia mosso i suoi primi passi a New Orleans e abbia preso da lì una svolta decisiva, è una verità tutto sommato accettata dagli storici.

Le sessioni della Original Dixieland Jass Band (almeno fino al 1918 la grafia che andava per la maggiore era jass) forniscono così una data di nascita convenzionale, “di comodo”, per un genere musicale che per sua natura ha una genesi ibrida e molti padri — come molti sarebbero stati i suoi autoproclamati “inventori” e “re”.

La formazione, guidata prima dal batterista Johnny Stein e poi dal cornettista Nick LaRocca, non era nemmeno la prima a portare il jass fuori da New Orleans, ma era riuscita a trovarsi al momento giusto nel posto giusto. Non solo: aveva saputo alimentare il proprio mito a fini promozionali, accreditando l’idea di aver “inventato” il jazz — come avrebbero fatto poco tempo dopo anche Jelly Roll Morton e Clarence Williams. Una pretesa che Nick LaRocca non avrebbe abbandonato neanche in seguito, negli anni ’50, quando ormai si era ritirato a vita privata da oltre un decennio e assisteva allo sviluppo di un jazz che poco o nulla aveva a che vedere con quello suonato dalla ODJB.

 

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Ma l’attribuzione continua a far discutere anche a un secolo di distanza (basta dare una lettura ai commenti a Livery Stable Blues su YouTube), a causa delle implicazioni razziali che si porta dietro: la Original Dixieland Jass Band era una formazione bianca, e il suo successo fu decretato quasi esclusivamente da critici e discografici bianchi, scavalcando le molte orchestre nere contemporanee. Fu il primo atto di un conflitto che avrebbe attraversato l’intera storia del jazz, intrecciandosi con la lotta per i diritti civili della comunità afroamericana e toccando nervi tuttora scoperti.

Anche per questo, LaRocca non gode di grande fama tra i musicisti jazz. Ma in Italia, per un tipo opposto di rivendicazioni campanilistiche — da collocare nell’ambito più generale del mito, privo di veri fondamenti, del “genio italico” — il suo ruolo viene ancora enfatizzato oltre misura, e senza che ce ne sia davvero bisogno, tutte le volte che c’è da ricordare l’origine del jazz, a dimostrare in qualche modo che anche l’Italia ha fatto la sua parte — di più, che il jazz è nato proprio grazie all’apporto italiano.

 

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Ora, senza nulla togliere ai meriti di LaRocca, bisogna ricordare innanzitutto che il cornettista non era da solo nella band — e non era nemmeno il più bravo: a quanto pare, per esempio, a saper leggere la musica era soltanto il trombonista Eddie Edwards. Ma la nazionalità degli altri componenti del gruppo non viene mai enfatizzata. In secondo luogo, rivendicare i meriti degli emigrati — per giunta di seconda generazione, com’è il caso di LaRocca, nato a New Orleans da un calzolaio siciliano — sorvola sul fatto che gli emigrati furono costretti ad andarsene proprio per la mancanza di possibilità lavorative nel nostro paese. Figuriamoci in ambito musicale. E proprio in Italia, non molti anni dopo le incisioni della ODJB, il jazz sarebbe stato annoverato dal fascismo tra le forme d’arte “degenerate” — anche se comunque diffuso e popolarizzato in varie forme edulcorate di swing — dando inizio a un “ritardo” culturale nei confronti della musica popolare statunitense che si sarebbe protratto per decenni.

L’Italia può vantare un’illustre tradizione jazzistica, in Europa seconda soltanto a quella francese, ma non ha bisogno di richiamarsi a eroi fondatori di sorta. Celebrare il jazz come un’opera di ingegno individuale disconosce le sue origini autentiche, ibride e popolari, “dal basso”: è insomma un atteggiamento profondamente contrario allo spirito di questa musica.

Informazioni sull'autore
Sebastian Bendinelli
Author:Sebastian Bendinelli
Redattore
Chi sono:
Ho studiato basso elettrico in Cluster con Piero Orsini, che mi ha contagiato con la passione per la musica jazz. I miei ascolti musicali sono onnivori e disordinati: a parte il jazz (e la black music in generale), cerco di tenere un orecchio aperto anche sul mondo dell'indie e dell'elettronica.