Paola Fernandez Dell'Erba, cantante argentina e insegnante alla Scuola di Musica Cluster dal 2008, arriva nella nuova splendida sede di via Mosè Bianchi e, sarà per la pelle abbronzata, sarà per i chilometrici capelli corvini o per un vago accento sudamericano... si ha subito l'impressione che sia entrato un pezzo di Argentina.

E da qui partiamo...

Parliamo degli inizi

"Ho studiato in Argentina fino a 23 anni e poi sono venuta in Italia, dove ho affinato il metodo EVT, che è quello che uso per l'insegnamento. Poi ho affrontato canto lirico, jazz, e continuo a studiare ancora oggi, è un eterno viaggio, c'è sempre qualcosa su cui indagare, sono un'eterna studiosa!"

Come mai l'Italia?

"Ero venuta a fare dei concerti, poi ho deciso di trasferirmi per prendere una laurea in musicologia che nel mio paese non c'era e poi... mi sono innamorata di un italiano e sono rimasta. Questa è la verità!"

Quando sei arrivata all'insegnamento?

"Mentre ancora stavo prendendo la licenza ho cominciato a dare lezioni, ma poi ho capito che l'insegnamento mi appassionava. Dal 2008 insegno a Cluster, il bello di questa scuola è l'ambiente rilassato, lo spirito di squadra, la mancanza di competizione con gli altri insegnanti: non è facile da trovare! Quando vengo qui mi sento a casa."

Cosa ti piace?

"Innanzitutto conoscere la gente e poi mi piace aiutare qualcuno a diventare uno strumento, per essere in armonia con quello che lo circonda. Per me cantare bene è essere in armonia con l'universo, coi corpi celesti."

Tu insegni sia ai bambini che agli adulti. Com'è il tuo rapporto con gli allievi?

"Molto bello, spesso materno... anche con gli adulti! Si crea un legame che a volte è più forte che con i familiari. Il canto ha a che fare con le emozioni, il pianto, la risata; la persona a cui insegni si mette nuda davanti a te. Inevitabilmente si crea un rapporto intimo, come quando qualcuno ti racconta un segreto. I bambini fanno di me quello che vogliono! Conosco bene il mondo dell'infanzia perché ho un figlio di sette anni e mi piace insegnare attraverso il gioco, i bambini si divertono e non mancano mai a lezione! Degli adulti mi stupisce che si ritaglino quell'ora alla settimana per venire a cantare, non ne faranno mai una professione, magari non prenderanno parte nemmeno al saggio finale, ma ho l'impressione che in quell'ora di canto siano autentici... si sbottonano la camicia e dicono "Questo sono io!"."

Usi il metodo voicecraft?

"Sì, non puro. Si tratta di un metodo inventato dalla cantante lirica americana Jo Estill, che ha studiato dal punto di vista anatomico cosa accade ai tuoi muscoli quando canti i diversi generi. Non canti più per imitazione ma capendo in che posizione mettere la laringe e come non affaticare le corde vocali. Questo fornisce una consapevolezza dell'emissione dei suoni, dell'anatomia del tuo strumento e un sano uso della voce."

Cosa fai cantare ai tuoi allievi?

"Di tutto. Scelgono loro, ma li guido io perché credo nell'accompagnamento culturale degli allievi, cerco di far passare un certo tipo di repertorio jazz o rock, perché si aprano anche i loro orizzonti culturali. Quando mi chiedono per esempio di cantare Nina Zilli io consiglio loro di ascoltare prima Nina Simone."

Esibizione e insegnamento: che parti di te metti in gioco?

"La soddisfazione di quando sento cantare un mio allievo è simile a quella che provo quando canto io, è pazzesco, una sorta di transfert. Potrei smettere di cantare ma non di insegnare, dieci anni fa non la pensavo così!"

Parliamo di tango

"Il tango è la mia vita, la mia cultura, il mio modo di vedere il mondo, ho sempre cantato tango, pur avendo spaziato in altri repertori, io mi identifico con il tango. Cantare tango è divertente, perché va interpretato: ci sono testi molto poetici che vanno trasmessi, soprattutto in un paese straniero dove la gente non capisce le parole. Il tango parla di amori finiti male, di strada, di alcool, di situazioni socio-politiche complicate e tu devi trasmettere tutto questo con quel velo di sensualità inscindibile dal tango. Ecco: sento che è quello che posso dare io! A livello vocale è difficile tecnicamente, e poi richiede immedesimazione e anche improvvisazione, come il jazz. Ogni volta che canti un brano è come se fosse nuovo, non è mai uguale alla volta precedente, questo è molto stimolante. Ho un duo e un quintetto con cui facciamo tango contemporaneo, elettronica, rock, fusion e partecipiamo a molti festival."

Hai mai cantato in Argentina?

"Molto di rado, ma ci andrò quest'estate e sono molto emozionata."

Cantare il tango in Argentina sarà diverso che cantarlo qui?

"In Argentina tutti conoscono il repertorio e capiscono le parole, quindi possono apprezzare l'interpretazione, le variazioni. Sono molto eccitata, perché ormai sono un po' straniera per loro."

Torneresti là?

"No, adesso no, ma mi sto costruendo una casetta per la mia vecchiaia, tra 20 anni forse..."

Chiudiamo con un verso di un tango che ti emoziona cantare?

"L'inzio di un pezzo che si chiama Los Mareados (Gli ubriachi)

'Rara

como encendida

te hallé bebiendo

linda y fatal

Bebías

y en el fragor del champán,

loca, reías por no llorar"

Dice: "Strana, come infiammata

ti ho trovata a bere

bella e fatale

Bevevi

e nella scintilla del tuo champagne,

pazza ridevi per non piangere'."

E mentre un pezzo di Argentina esce dalla stanza, vado ad ascoltarmi Los Mareados cantato da Mercedes Sosa, anche lei in armonia con l'universo!

Informazioni sull'autore
Giovanna Rossi
Blogger
Chi sono:
Laureata in Scienze Biologiche all'Università Statale di Milano, nel '93 consegue il diploma di recitazione presso l'Accademia dei Filodrammatici di Milano e comincia l'attività teatrale come attrice.