“L'insegnante ha una grande responsabilità nei confronti dell’allievo, soprattutto per il canto dove lo strumento non è esterno e il suo funzionamento non è visibile agli occhi.”

Dal Teatro alla Scala di Milano, al Teatro San Carlo di Napoli, dal Teatro Bellini di Catania al Maggio Musicale Fiorentino, Rosanna Savoia approda a Cluster come insegnante di canto lirico.

Sei cantante e insegnante di canto, ma negli anni hai approfondito anche lo studio anatomico e riabilitativo della voce grazie a Franco Fussi.

Sì, ho avuto la fortuna di essere seguita nella mia rieducazione vocale dal Professor Franco Fussi, foniatra molto conosciuto e persona meravigliosa dal punto di vista umano, che mi ha permesso di lavorare molto su di me e di conoscere al meglio il mio organo vocale.
Alla luce di questa esperienza ho capito che un insegnante ha una grande responsabilità nei confronti dell’allievo, soprattutto per il canto dove lo strumento non è esterno e il suo funzionamento non è visibile agli occhi.
Bisogna imparare a percepirsi e ascoltarsi, conoscere molto bene il proprio corpo. La voce è suscettibile alle emozioni, allo stress, alla stanchezza, alle condizioni atmosferiche, all’alimentazione.

 

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Com’è stato l’avvicinamento al canto lirico?
Mio padre ha studiato da tenore da giovane quindi fin da piccola lo sentivo intonare qualche aria e il mio istinto era quello di cantare con lui.
In realtà ascoltavo tanta musica leggera, dal jazz, al pop, al country, al rock. Ero una spugna, ascoltavo e ripetevo senza problemi.
Quando avevo 13 anni mio fratello, che aveva capito la mia inclinazione e facilità di andare oltre una certa estensione vocale, mi regalò una musicassetta dal titolo “Eroine di Puccini” dove cantava la Callas.
Inizialmente mi sembrò un regalo strano, io ascoltavo i Pink Floyd! E invece rimanevo incantata dalla sua voce.
Continuavo a cantare in una band che faceva cover degli U2, dei Police… ma le caratteristiche della mia voce, tendente all’acuto, svelta con un vibrato molto naturale, mi portavano a cantare in chiave blues.

Come mai non hai proseguito in questo genere musicale?

Tra i 10 e i 13 anni ho studiato pianoforte perché mio padre, capendo il mio talento vocale, aveva intravisto in me la possibilità di fare la cantante e ha ritenuto importante che imparassi a suonare uno strumento e a studiare la musica più che il canto. Ed è stato fondamentale per me e per la mia formazione.
Inoltre, per le caratteristiche della mia voce, mi rendevo conto sempre di più che il rock e il pop mi limitavano.

Come hai capito che il canto lirico era il tuo vero ambito?

Frequentavo i campus estivi del mio oratorio e c’era un animatore, violoncellista in Conservatorio, che mi sentì cantare e mi convinse a farmi sentire da un’insegnante del Conservatorio di Napoli. Questo incontro fu decisivo.
Mi preparai da sola per l’ammissione perché purtroppo non avevo la possibilità di andare a lezione da lei.
Feci l’esame l’anno successivo e mi presero.

E poi com’è andata?
Prima del compimento inferiore di canto, decisi di andare ad un corso estivo di Romolo Gazzani, assistente di Rodolfo Celletti, che, oltre ad aver studiato da controtenore, era anche medico quindi aveva approfondito il funzionamento della voce in maniera diversa dai tradizionali studi, non era il classico maestro di canto.
Mi insegnò a respirare, mi ha dato un’idea di quello che è l’impostazione di un suono naturale e non spinto.
In un mese ho rivoluzionato il mio modo di cantare e da lì ho preso la decisione di studiare con lui diplomandomi in Conservatorio da privatista.

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Qual è stata la tua prima collaborazione in teatro?
Gazzani mi segnalò un’audizione a Bergamo per “L’avaro” un’opera di Simone Mayr, maestro di Donizetti.
Fu il mio debutto!

Tra i teatri prestigiosi con cui hai collaborato c’è il Teatro alla Scala di Milano.
Avevo già interpretato Almirena nel “Rinaldo" di Haendel, eravamo agli Arcimboldi perché era il periodo in cui la Scala era chiusa per i lavori di restauro.
Da lì in poi ho iniziato a collaborare con il teatro per diverse produzioni.
Venni chiamata per fare un’audizione per l’inaugurazione dell’“Idomeneo” la sera per il giorno seguente.
Passai la selezione per il secondo cast e feci due recite ma senza fare nemmeno una prova. Ho debuttato sul palco della Scala vedendo il direttore, Daniel Harding, direttamente in scena.

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Con quali dei direttori con cui hai lavorato ti sei trovata meglio?
Sicuramente con Daniel Harding, ottimo musicista e direttore molto attento.
Poi ho lavorato con Roberto Abbado con il quale ho fatto “Lucia di Lammermoor”, sempre in Scala, che mi ha sostenuta molto; ricordo che dopo la recita venne nel mio camerino e mi disse: “Eri sempre con me!”.
Queste sono davvero grandi soddisfazioni anche perché quando sei sul palco non è facile gestire la distanza che c’è tra te e il direttore. In mezzo c’è la buca con l’orchestra e tu devi essere molto bravo ad anticipare il tuo suono coordinandolo con il gesto del direttore.

Tra i ruoli che hai interpretato qual è quello che hai sentito più vicino?
Credo che questo dipenda dall’età e dalle fasi della vita. Nei primi 10 anni della mia carriera ho interpretato per lo più ruoli dell’opera settecentesca come ad esempio Carolina del “Matrimonio segreto” di Cimarosa, Susanna delle “Nozze di Figaro” di Mozart o Zerlina del “Don Giovanni”, ruoli che amerei sempre fare perché sono dei capolavori musicali e ti danno la libertà di recitare.
Altri ruoli che ho avuto la possibilità di interpretare sono ad esempio Lucia in “Lucia di Lammermoor”, Amina ne “La sonnambula”, Giulietta ne “I Capuleti e i Montecchi”.
Questi ultimi ruoli mi hanno dato la possibilità di capire che questa è la mia dimensione reale, ovvero di una voce lirica che può essere molto espressiva nel cantabile, gestendo sempre le colorature, ma in una dimensione più interpretativa.
Sono ruoli tragici che sicuramente svuotano dal punto di vista emotivo, sia dal punto di vista vocale,
Oggi mi piacerebbe interpretare la sacerdotessa in “Norma” o Mimì in “Bohème” ad esempio. Questo perché con l’esperienza e la maturità si esce da certi stereotipi per entrare in altri tipi di personaggi.

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E i personaggi dell’opera buffa?

Devo dire che in me convivono due anime: una che è quella di interpretare i personaggi di cui ti ho appena parlato, l’altra di interpretare le grandi donne buffe, come la stessa Susanna de “Le nozze di Figaro” perché, oltre ad interpretare il movimento scenico, in ogni singola parola puoi dire la tua.
Più in generale io ho due grandi amori: Mozart e Puccini.

 

Cos’è per te l’insegnamento?
L’insegnamento è una disciplina per la quale c’è bisogno di attitudine all’ascolto dell’allievo, analisi della situazione attuale e lungimiranza nell’individuare le potenzialità artistiche che potrebbero manifestarsi in seguito ad un preciso programma di studio. Tali caratteristiche non si apprendono né si certificano con diplomi ufficiali, ma con una pratica costante che rappresenta il pane quotidiano, in quanto si è maestri di se stessi.

Perché insegnare a Cluster?
Mi piace l’idea di entrare in una realtà come Cluster e di portare la mia esperienza, creando qualcosa di nuovo che spero cresca sempre di più, lo trovo stimolante.

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Informazioni sull'autore
Silvia Conte
Author:Silvia Conte
Chi sono:
Musicista, insegnante di flauto traverso della Scuola di Musica Cluster dal 2011