Intervista a Franco Finocchiaro

Franco Finocchiaro è il nostro docente del corso di Storia del Jazz a Cluster.
Insieme a lui abbiamo cercato di inquadrare l’atmosfera di una Milano dagli anni ’70 agli anni ’90 che lo ha visto giovane testimone agli inizi della sua carriera musicale di contrabbassista.
Lui, che realmente l’ha vissuta, ci racconta una Milano per molti versi perduta ma per molti altri origine di un fermento musicale che ancora oggi la fa riconoscere come una delle metropoli più vivaci e creative.

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Che musica si poteva suonare in quegli anni per avere qualità?
Il jazz perché il jazz aveva bisogno di poco.

In che senso aveva bisogno di poco?
È una musica acustica perciò: sassofono, tromba, una batteria, un amplificatore per il basso e già ci siamo! Quindi era molto più semplice organizzare dei concerti Jazz di alto livello nell’ambito dei locali.  In quell’epoca i giovani non si dedicavano ad incontrarsi per un “Happy Hour”, ma lo facevano andando ad ascoltare la musica dal vivo! I locali erano pieni di ragazzi che andavano a sentire era il Jazz. I concerti rock, non erano programmati nei locali perchè serviva un’attrezzatura tecnica impegnativa. A quell’epoca non c’erano i piccoli amplificatori portatili che ci sono adesso, quindi il rock che ha bisogno di molto volume sonoro rimaneva nell’ambito concertistico. A Milano il palcoscenico per i concerti rock era spesso il velodromo Vigorelli dove arrivavano i big: Led Zeppelin, Santana, Emerson Lake & Palmer, Grand Funk Railroad... fu proprio dalla vertiginosa emozione provata al concerto dei Grand Funk per il suono impressionante del basso elettrico che decisi a 15 anni di smettere con il flauto e iniziare a suonare il basso.

Quale è stato il ruolo della musica in quegli anni?
Sono stati anni di forte conoscenza del sé, anni in cui i giovani iniziavano a immaginare un nuovo ruolo all’interno della società.  In questo movimento di massa i giovani sapevano di essere protagonisti e la musica che ascoltavano o suonavano era la meravigliosa colonna sonora di questa agitazione, creando i miti della controcultura quali potevano essere ad esempio Jimi Hendrix, Jim Morrison, Bob Dylan, Janis Joplin, Joan Baez, Jony Mitchell….

Il ruolo della musica era anche quello di farci stare insieme per condividere le cose belle della vita. In quel frangente si aprivano delle finestre di libertà espressiva e autodeterminata, come ad esempio il grande Festival del parco Lambro dove c’erano tutti i gruppi rock italiani, molti dei quali milanesi. Fu una manifestazione precedentemente inimmaginabile nella Milano dell’epoca. Noi guardavamo al modello di Woodstock, quindi si tentava e si riusciva ad organizzare queste iniziative.

Come erano queste iniziative?
Fantastiche. Se da un lato, parlando della musica accademica, il grande Maestro Maurizio Pollini portava la musica di Chopin, Debussy, Brahms nell’inusuale contesto delle fabbriche occupate, il jazz contemporaneo di Giorgio Gaslini e Gaetano Liguori nelle aule magne delle università anch’esse occupate, dall’altro si organizzavano rassegne come il Festival di “Re Nudo”, che prendeva il nome dalla omonima rivista anarchica. La concezione era quella di offrire ai musicisti e al pubblico uno spazio di assoluta libertà espressiva e comportamentale. Potevi trovare di tutto, dal blues, al free jazz, dallo psichedelico all’etnico soprattutto di suggestioni indiane, dal rock più ruvido a tutto un campionario della musica progressista dell’epoca.

Erano tanti i locali in cui era possibile fare musica?
A Milano negli anni ’80 c’erano 22 Jazz Club, quindi 22 opportunità per i musicisti per suonare di sera, dai più belli ai più improvvisati, ma comunque sempre pieni di musica e affollati di pubblico giovanile.

Quale fu uno dei più importanti locali che ricordi?

E mentre lo ascolto mi rendo conto che raccontare in breve tempo venti anni di musica e esperienze vissute in prima persona non è riassumibile in venti righe.
Vengo catapultata in un'atmosfera di immagini, suoni, odori e sapori che mi ha affascinata talmente tanto, da decidere di lasciare in integrale le sue risposte per dare modo a chiunque di farsi trasportare in questa dimensione coinvolgente ed emozionante.


CAPOLINEA
Uno dei locali più importanti degli anni ’70 era il “Capolinea”, un capannone in via Ludovico il Moro, piazza Negrelli, in mezzo alla nebbia - perché allora c’era la nebbia. Lo frequentavano musicisti che erano già professionisti come tra gli altri Mario Rusca, Paolo Tomelleri, il proprietario del locale Giorgio Vanni e Marco Ratti che insieme ai miei due maestri Giorgio Azzolini e Carlo Milano, era l’unico contrabbassista sulla piazza.

Al Capolinea i musicisti avevano il palco a disposizione per poter provare nel pomeriggio il repertorio che avrebbero suonato alla sera.
Ci si incontrava verso le 16 e si continuava fino all’ora in cui era offerta una piccola cena e si poteva beneficiare delle straordinarie bruschette che nella mia memoria equivalgono ad una sorta di madelaine proustiana.
Pane toscano, olio toscano, aglio, aglio, aglio, non so se toscano anch’esso ma sicuramente responsabile di qualche imbarazzo nell’avvicinarsi a persone che non ne avevano fatto uso…e poi una quantità di fumo inimmaginabile oggi, allora si potevano fumare le sigarette nei locali: si tornava a casa con gli abiti così intrisi di fumo che andavano lasciati sul balcone!
Dopo quella stagione preliminare il Capolinea si è allargato, hanno creato una sala grande, un po' fatiscente e creata intorno ad un albero il cui tronco delimitava il palcoscenico che era adeguatamente attrezzato ed è diventato il luogo dove venivano ospitati concerti importanti di jazzisti americani,...una lista lunghissima da Gerry Mulligan ad Art Blakey, da Paul Bley a Jim Hall, da Chet Baker a Charlie Haden, da Elvin Jones a Betty Carter, da Archie Sheep a Tony Scott con cui ho avuto il piacere di suonare più volte, da un giovanissimo Wynton Marsalis a Dino Saluzzi.... Ma soprattutto il Capolinea organizzava il festival Jazz in Italy con i migliori jazzisti nazionali e con la partecipazione di una nuova generazione di musicisti che sarebbero divenuti illustri protagonisti della scena italiana e che erano già habituè della programmazione corrente del locale: Paolo Pellegatti, Luigi Bonafede, Larry Nocella, Massimo Urbani, Gigi Cifarelli, Michele Bozza, Marco Vaggi, Attilio Zanchi e Lucio Terzano….finalmente tre giovani contrabbassisti a cui mi aggiungo perché sono della mia stessa generazione.  Personalmente ho suonato in due edizioni del festival, una volta in trio con il pianista Mario Piacentini e l’altra con il quintetto Be Bop All Stars insieme a Paolo Tomelleri, Emilio Soana, Paolo Brioschi e Stefano Bagnoli. Con questi ultimi suonavamo spesso lì alla domenica, serata che era sempre dedicata ad un trio e che io frequentavo da spettatore quando potevo e quando era in programma il trio di Mario Rusca insieme a Lucio
Terzano e a Gianni Cazzola...un trio fantastico che non finiva di entusiasmarmi.

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GLI INCONTRI AL CAPOLINEA

Ho visto, tra gli altri, un’impressionante Wynton Marsalis suonare al Capolinea: allora era sedicenne e suonava insieme al fratello Branford con il veterano Art Blakey alla guida dei suoi Jazz Messengers. Ho anche cenato con Stan Getz...che mangiava spaghetti innaffiandoli con una povera bottiglia di wisky che il nostro sassofonista ha svuotato senza fare una piega. E poi i pianisti Michel Grailler e Mal Waldrom con cui ho suonato in una jam session. Era incredibile, avere di fianco quei grandi musicisti e poter parlare con loro in una relazione molto intima favorita da un ambiente sinceramente familiare.

Uscivi di casa, andavi al Capolinea e trovavi sempre musicisti con cui chiacchierare, suonare, creare progetti.

In uno di quei famosi pomeriggi che terminavano con bruschette e polletti amburghesi allo spiedo prima del concerto serale, dovevo provare con un quintetto organizzato da Giorgio Vanni, navigato batterista nonché l’ideatore e il proprietario del Capolinea che gestiva con la Maria, sua moglie e le due figlie. Mentre stavamo suonando arriva nella sala vuota niente meno che Chet Baker, un nobile frequentatore del locale che ha anche registrato uno stupendo long playng dal vivo al Capolinea. Saluta Giorgio e si siede da solo ad un tavolino. Beh, c’era una certa emozione ad essere ascoltati da uno dei più poetici trombettisti che ha avuto la storia del jazz. 

 

IL PONTE E IL BAR JAMAICA

In quegli anni ho iniziato a lavorare al ponte di Brera in via Brera dove c’era l’antico naviglio che ora hanno forse intenzione di riaprire. E lì, dove c’era il ponte, esisteva un altro locale storico che c’è ancora adesso che si chiama Bar Jamaica ed era frequentato da tutti gli artisti di Brera: Lucio Fontana, Gastone Novelli, il top dell’arte contemporanea degli anni ’50-’60. Sopra al Jamaica, salendo una angusta scala a chiocciola, c’era un piccolissimo locale dove suonava Renato Sellani, pianista molto raffinato, stimato anche da Maurizio Pollini per il tocco. Nel locale c’era un contrabbasso lasciato da un musicista che aveva deciso di diventare uno skipper e quindi viaggiava con imbarcazioni da sogno da una parte all’altra dell’oceano. Io, non dovendo portare il contrabbasso su per quell’angusta scala a chiocciola, spesso andavo li per suonare con Renato Sellani: senza compenso ma con almeno due cocktail preparati da un barman eccezionale che al contrario del bassista skipper era sceso dai transatlantici per fermarsi in quel delizioso locale che si chiamava Il Ponte di Brera.

Suonavamo gli standard, ma Sellani cambiava sempre le armonie usuali. Mi suggeriva le sue sostituzioni una volta sola nell’esposizione del tema iniziale, io dovevo memorizzare subito, ascoltare e suonare...una specie di raro supplizio ma insieme un efficacissimo esercizio per educare l’orecchio. A notte fonda, dopo che lui si era giocato il cachet col barman...e spesso vinceva quello del suo avversario, lo dovevo accompagnare a casa perché Renato non era il tipo da guidare quel volgare status symbol che era l’automobile. Prima però si passava al Santa Lucia in san Babila, dove anche alle due di notte Renato potava ordinare un “filettino”, come diceva lui ai camerieri che lo accoglievano come un principe. E il prezzo di quel piatto notturno era da principi.

CLUB 2 DI BRERA

Poco dopo le esperienze con Sellani, ho iniziato a suonare professionalmente al Club 2 di Brera. Un posto mitico: si suonava 365 giorni all’anno, sempre! Io avevo un contratto di quattro serate a settimana e agosto tutto il mese.
A volte avevo concerti in giro e quindi avevo un sostituto. Si suonava dalle 22.00 alle 2.00 di notte con due pause di un quarto d’ora…e quando arrivavano musicisti stranieri si andava anche oltre.

E a Brera è arrivato di tutto, è arrivato Bill Evans, Charlie Mingus, Clifford Barbaro, Mike Melillo, Charles Tolliver...e sono solo quelli che ricordo. Con alcuni di loro si faceva una jam session indiavolata con decine di chorus d’improvvisazione a tempi rapidissimi… se per le orecchie era un visibilio, per le mie povere mani di contrabbassista era un supplizio, mi ricordo una serata in cui arrivò John Handy che iniziò a suonare Cherokee ad una velocità supersonica e uno... e due... e venti chorus! Sembrava non avere nessuna intenzione di smetterla, mentre io e il batterista Gianpiero Prina dietro, a remare sfiniti senza mollare di una tacca metronomica quella che ormai era una sfida da Guinness.

In tutte le serate il locale era frequentato da tantissima gente. Ricordo che in agosto, mese in cui Milano si svuotava, non potevi camminare per strada e il locale era sempre pieno di turisti, di inossidabili habituè, di musicisti, di milanesi restati in città.

Potevi mangiare alle due di notte in pieno centro a Milano spendendo pochissimo, era tutto a portata di portafoglio. C’erano questi famosi, misteriosissimi “gnocchetti del 2” che costavano una lira, che sono un po’ come il mistero delle piramidi, non so come li facessero, erano conditi con il formaggio e il pomodoro, buonissimi!

Il Club 2 è stato proprio la mia casa.

STUDIO 7

C’era poi lo Studio 7 ed era di proprietà di Tito Fontana, un industriale che gestiva con la passione del dilettante d’altri tempi la Fontana Records, un’etichetta nel cui catalogo ci sono dei dischi storici.
Ogni martedì sera lì si organizzavano jam sessions con musicisti di primo livello molto affermati come Sante Palumbo, Renato Sellani, Gianni Bedori, Franco Cerri, Dado Moroni, Claudio Fasoli, Marco Ratti…non si entrava con un biglietto, si entrava su invito e con il passaparola. Il pubblico era formato solo da amici e i musicisti partecipavano gratuitamente.

Un altro posto simile era una cantina meravigliosa di un certo avvocato Oblat che era in c.so Garibaldi 2. Tu eri in c.so Garibaldi e sentivi il jazz che veniva fuori da una grata, suonavi il campanello ed entravi. 
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LE SCIMMIE

Fra i locali più importanti insieme al Capolinea e al Club 2 è stato “Le Scimmie” dove ho suonato già dalla seconda sera di apertura. Era un locale bellissimo con un look particolarmente intrigante, aveva un palcoscenico confortevole, un bel pianoforte, e soprattutto tantissimo pubblico in tutte le sere.
Le Scimmie, al contrario del Club 2, non aveva un gruppo stabile che suonava nel locale, un po’ come il Capolinea e come il Capolinea, venivano organizzati concerti con grandi nomi del jazz, da Lee Konitz a Phil Woods, da Enrico Rava a Sheila Jordan, da Steve Lacy a Bill Frisell, da Richard Galliano a Joe Lovano, da Pat Metheny a Laurie Anderson, da Enzo Jannacci in vesti di jazzista a Tullio De Piscopo, da Karl Berger a Jaco Pastorius con cui ho suonato mentre lui era al pianoforte e Don Alias alla batteria. Scimmie contrariamente agli altri locali che erano specificatamente jazz club, era aperto a tutti i generi anche perché essendo più attrezzato come strumentazione, poteva ospitare più strumentisti elettrici lasciando spazio anche alla musica rock; diciamo quindi che all’interno di Scimmie c’è stato nel corso degli anni un ulteriore cambio generazionale e che tra gli altri hanno mosso i primi passi Elio e Le Storie Tese, Bluevertigo, Le vibrazioni, Irene Grandi, Malika Ayane, Morgan, Max Gazzè, Alex Baroni...

Qui, gli studenti delle scuole musicali che nel frattempo offrivano una formazione alternativa a quella accademica trovavano uno spazio per debuttare e crescere, a patto di promuovere le proprie serate portando gente e di non chiedere cachet troppo alti. Anche il Club 2 intorno agli anni ’90 ha subito un cambio generazionale diventando in alcuni giorni della settimana un karaoke. Di conseguenza le orchestre non suonavano più 7 giorni a settimana e man mano erano ridimensionate perché a livello economico il karaoke garantiva utili più sostanziosi senza che ci fossero musicisti da pagare. Io nel frattempo avevo già smesso di suonare lì, dedicandomi ad altri progetti.

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ALTRI LOCALI...
In zona Ticinese c’erano tanti altri locali alcuni con dei nomi suggestivi: la “Pasticceria Casale” che, ricordo, aveva un palcoscenico realizzato come una specie di anfiteatro, tu dovevi scendere qualche gradino, suonavi sotto e la gente era sopra. Poi c’era la “Corte dei Miracoli”, il “Ciao Maria”, il “Brutto anatroccolo” e il Ponte di Brera che ho già citato, lo “Swing”, l’"Americano a Parigi" di Nando De Luca, i “Tri Basei” dove ho suonato con il sassofonista Robin Kenyatta, la "Ca’ Bianca", “Tanassiss”...un singolare ristorante greco con una sala per l’ascolto corredata da un vero e proprio palcoscenico, il “Grand Hotel”, il “Grillo Parlante”, il “Tangram” ….

E il tuo incontro con Cluster?

Il mio incontro con Cluster nasce ancor prima che Cluster nascesse. Se Vicky Schaetzinger oggi è conosciuta come la direttrice di Cluster, devi sapere che è stata la gloriosa pianista di Tangoseis per 15 anni, oltre ad essere naturalmente la pianista di Milva.

Un giorno ho ricevuto una telefonata di una giovanissima pianista: “Mi scusi Maestro – mi dice – sono stata allieva di Cesare Poggi e vorrei organizzare un concerto di Ragtime in trio per Gipico. Lei potrebbe venire?”: era una giovanissima Vicky Schaetzinger.

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Ho accettato e insieme a me ho convocato Stefano Bagnoli con cui suonavo quasi stabilmente. Così è nato un trio formato da noi tre che si chiamava “Symbiosis” e che proponeva un repertorio molto singolare: si trattava di un trio adatto alla confusione dei locali.
Finita l’esperienza del trio, dopo qualche tempo, sono andato una sera a sentire un concerto alla Palazzina Liberty dove suonava un’orchestra diretta dal Maestro David Searcy e al pianoforte c’era Vicky. Ci siamo rincontrati quella sera e Vicky mi ha accolto con la sua consueta, meravigliosa espressione spontanea di gioia!

Dopo poco mi ha chiamato, ricordo che era agosto e io tornavo da una favolosa tournèe in Uruguay con il trio Atmosphere composto da me dal fisarmonicista Gianni Coscia e dal baritonista Carlo Bagnoli, zio di Stefano e mi dice “Sai che facciamo un gruppo sulla musica di Piazzolla?”. Gli rispondo: “Che bello, vengo a sentirvi!”. Lei replica: “No, devi suonare!”.
Da quella conversazione telefonica è iniziata l’avventura di “Tangoseis”, un gruppo durato 15 anni che ha calcato i palcoscenici più importanti di tutto il mondo.
Ma questa, cara Silvia, è un'altra storia che merita un'intervista apposta.

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Per finire la nostra intervista, mi lasci con qualche parola sul tuo insegnamento di Storia del Jazz a Cluster?
L’idea di fondo è quella di fornire gli strumenti per capire come si è costruita l’estetica della musica afroamericana quindi non fare della propria musica un non luogo ma il riflesso della propria identità espressiva.

Paul Valery diceva che non c’è nulla che non assomiglia a qualcosa e io sono molto d’accordo; una specie di elogio dello spazio, vale a dire: ascolto cento cose diverse e quando produco la mia cosa, utilizzo quegli elementi che ho selezionato nelle cose che ho ascoltato.
Credo che per i miei amati gli allievi queste riflessioni siano un’esperienza molto importante per aprire ancor di più la mente nel loro far musica. 

 

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Forse sarò un po’ malinconica per natura, ma sentire i racconti di Franco Finocchiaro mi ha fatto pensare che quella Milano l’avrei voluta vivere e continuo a chiedermi, con non poca acquolina in bocca, quanto saranno stati buoni quei famosi “gnocchetti del 2” mentre, sognante, mi immagino di assaggiarli passeggiando lungo via Dei Fiori Chiari...

 

Informazioni sull'autore
Silvia Conte
Author:Silvia Conte
Chi sono:
Musicista, fa parte del ClusterTeam come responsabile delle Relazioni Interne. Insegnante di flauto traverso della Scuola di Musica Cluster dal 2011