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Cinque batteristi rock che hanno fatto scuola

Premessa doverosa: se tra i cinque batteristi non trovate il vostro preferito oppure scorgete lacune imperdonabili, beh, di sicuro avete ragione. Questo genere di articoli è sempre influenzato soprattutto dal gusto e dalla simpatia di chi scrive e quindi sono per forza parziali, senza alcuna pretesa di esaustività: il consiglio è di vivere questo pezzo – e tutti quelli che gli assomigliano – come una celebrazione in più dei cinque citati e non come un trattato accademico!


La storia del rock è costellata di personaggi istrionici e sopra le righe che hanno lasciato un segno dopo di sé ma i batteristi che hanno fatto scuola non sono tanti quanto i cantanti o i chitarristi: un po’ perché suonano uno strumento fondamentale ma poco “mediatico”, un po’ perché la natura ingombrante stessa della batteria li ha spesso nascosti (a cominciare dal punto di vista visivo), un po’ perché a tanti di loro piaceva soprattutto picchiare i tamburi finché avevano fiato in corpo e poco altro, lasciandosi scivolare addosso i riflettori.

Tuttavia, alcuni sono riusciti a ottenere anche il seguito di fan che meritavano, nonostante tutto, e in diversi sono artisti più che acclamati ancora oggi, com’è giusto che sia: chi per le abilità strettamente musicali, chi per aver incarnato l’icona della rockstar ideale fino alla fine, chi per aver contribuito in maniera irripetibile all’unicità del sound della band in cui militava. Tra tutti questi, senza che abbia la minima pretesa di essere una classifica, in ordine del tutto casuale, ci fa piacere selezionarne cinque in particolare:

1. Ginger Baker

Tanto noto ai fan del rock quanto è ignoto al pubblico generico, Ginger Baker è stato uno dei tre Cream, il complesso a cui la figura e il nome di Eric Clapton sono ancora oggi più legati, nonostante Slowhand abbia militato in tantissime altre formazioni. Per molti, Baker è il vero e proprio inventore della batteria rock definitiva, libera dalle pastoie derivanti dagli stilemi blues, jazz e rock’n’roll nonché il padre spirituale di una generazione di batteristi che sono arrivati immediatamente dopo o addirittura insieme con lui ma che gli devono tantissimo, a livello di suono e di approccio allo strumento. Conosciuto per il suo stile potente, duro e inarrestabile, ancora oggi in moltissimi fanno risalire l’albero genealogico della batteria nei generi più estremi a lui; del resto, praticamente tutti gli altri artisti citati anche nella nostra lista hanno dichiarato di essere stati in qualche modo influenzati dal buon Ginger.

2. John Bonham

Se si parla di stile “pesante”, di potenza, energia e “volume” (nel senso di qualcosa che ingombra lo spazio sonoro, più che di decibel), come poter ignorare John Bonham? Artisticamente figlio di Ginger Baker – come ha ammesso lui stesso – nonostante fosse già un batterista in piena attività, per quanto minorenne, quando i Cream si sono formati (ma era un periodo francamente irripetibile, in cui le influenze e gli imprinting artistici erano brucianti nonostante avvenissero all’interno di un magma creativo che ribolliva in continuazione e forniva nuovi spunti praticamente ogni settimana), Bonham ha assorbito la lezione di Baker in tempo zero e quando è entrato nei Led Zeppelin, nel 1968 ad appena vent’anni, era il pezzo perfetto per incastrarsi con gli altri tre componenti del gruppo e completare la formazione. Inesorabile, animalesco quasi al limite del primitivo, se parliamo della furia con cui si accaniva sul suo strumento ma incredibilmente espressivo con le bacchette in mano, Bonham ha saputo dare corpo al suono degli Zeppelin in maniera perfetta, al punto che il gruppo non se l’è sentita di continuare, una volta mancato lui. Istintivo ma fenomenale a livello creativo, con energia, inventiva e ardore, talvolta cercava di superare il limite adottando anche soluzioni non ortodosse ma sempre spettacolari, tipo suonare con le mani.

3. Keith Moon

Adorato tanto per aver incarnato il prototipo della rockstar fracassona che fa esplodere strumenti sul palco e sventra camere di albergo come se non ci fosse un domani quanto per essere stato un musicista sopraffino, Keith Moon è – insieme con Ginger Baker e John Bonham – il padre fondatore della batteria “pesante”, tipica di un certo tipo di rock (di solito quello più duro, più imponente e, talvolta, solenne). Incredibilmente capace di rendere la sua batteria lo strumento prominente di ogni composizione degli Who, Moon aveva la particolarità di «saper suonare allo stesso tempo con ogni componente della band», come ha detto John Entwistle, bassista degli Who, a Rolling Stone. Secondo Entwistle, questa ricerca continua di dialogo tra Moon e gli altri membri dava al suo ritmo la capacità di essere in qualche modo melodico nelle sue accelerate e nei suoi rallentamenti. Talentuoso, eclettico e spaventosamente energico, il buon Keith rappresenta ancora oggi uno dei vertici assoluti di ciò che tecnica e passione insieme possono realizzare all’interno di un contesto rock.

4. Stewart Copeland

Come tutti i membri dei Police, Stewart Copeland metteva a disposizione della band un’abilità tecnica virtualmente sconfinata unita a uno stile estremamente personale, poco orientato all’uso del rullante – tratto che negli anni 80 risultava ancora più peculiare – e molto concentrato sul charleston. Alcuni fanno risalire la sua tendenza a proporre partiture fuori dagli schemi e ritmiche poco consuete al fatto che è cresciuto soprattutto nei paesi del Medio Oriente, seguendo via via il mestiere del padre, che era un diplomatico. Che sia vero o meno, Copeland ha saputo regalare al suono dei Police una sensibilità diversa da quella in voga all’epoca ma anche perfettamente complementare ai suoni “lunari” della chitarra di Andy Summers e allo stile di basso nonché vocale di Sting. Il batterista dei Police resta uno degli artisti più originali all’interno del rock mainstream nonché uno dei fari assoluti a cui ancora oggi guardano i batteristi che si dedicano al reggae, al punk, allo ska, al rockabilly o che si rivolgono al panorama musicale degli anni 80 come principale influenza.  Per aggiungere un’ulteriore sfumatura alla sua grande poliedricità, Copeland si è anche interessato di musica folk, popolare e tradizionale, nel corso della sua carriera: nei primi anni 2000 è stato persino concertatore della Notte della Taranta.

5. Phil Collins

Altro nume tutelare di una schiera infinita di batteristi (specialmente in Italia oltre all’ovvia Inghilterra, tra l’altro), Phil Collins è un batterista atipico, nel senso che ha saputo ottenere grazie alla sua carriera solista un successo tale che l’ha portato, a livello di immagine pubblica, a essere considerato più un cantante che un batterista, perlomeno presso il pubblico generalista. Gli appassionati, d’altro canto, sanno perfettamente che Collins nasce come percussionista, un grandissimo percussionista: dotato di una base tecnica praticamente perfetta, che gli consente di poter gestire benissimo sia l’apporto melodico, sia quello ritmico del suo strumento, tutta la vastità del suo repertorio tecnico infinito può essere ascoltata nei dischi dei Genesis antecedenti la svolta pop del complesso. Proprio le sue qualità musicali lo hanno portato a essere estremamente ricercato da artisti e gruppi che facevano della ricerca, della sperimentazione o della tecnica i principali strumenti espressivi (a cominciare dagli stessi Genesis per arrivare a un altro nome su tutti: Brian Eno) ma, tra la fine degli anni 70 e gli inizi degli anni 80, i suoi lavori solisti e la nuova vita più pop proprio dei Genesis lo hanno reso estremamente influente anche su tutto il mondo delle produzioni più commerciali. Il suo modo di aggiungere un particolare tipo di riverbero al rullante in studio, per esempio, ha influenzato decine di migliaia di altre canzoni anni 80 che hanno cercato di riprodurre il medesimo effetto, per non parlare del fill celeberrimo di In The Air Tonight, uno dei più influenti del decennio e ancora oggi sinonimo di un certo modo di “entrare in scena” della batteria all’interno di una canzone.

Autore: Giorgio Crico

Milanese doc, sposato con Alice, giornalista ma non del tutto per colpa sua. Appassionato di musica e abile scordatore di bassi e chitarre. ascolta e viene incuriosito da tutto nonostante un passato da integralista del rock più ruvido.