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“Jazz è un modo di essere”: intervista a Patrizia Conte


Tarantina di origine e milanese di adozione, Patrizia Conte è la nuova insegnante di canto di Cluster.

L’abbiamo incontrata per fare una panoramica sulla straordinaria carriera musicale che negli anni l’ha portata a collaborare con i grandissimi del jazz, da Lee Konitz a Bobby Durham. «Ma non chiamatemi jazzista – ci tiene a precisare – Jazz è semplicemente un modo di essere».

Lasciamo a lei la parola.

 

Ti ricordi qualche prima impressione legata alla passione per la musica?

Nella mia famiglia tutti amavano l'opera. La musica è sempre stata nel circolo della mia vita, che fosse lirica o pop. È stato un rifugio molto accogliente per me: mi mettevo le cuffie e mi assentavo. Già a 10 anni possedevo una discografia che nessun mio coetaneo aveva. Adesso ho circa 4000 dischi, che in realtà sono pochi!

 

Come hai scoperto la vocazione per il canto?

Quello di avere questa voce era un mio segreto, perché ero una ragazzina molto timida. Non vedevo l'ora che i miei genitori uscissero di casa per cantare. All'epoca mi piaceva soprattutto musica leggera, sia italiana che straniera: il primo disco che ho comprato è stato uno di James Taylor, In The Pocket. Il secondo è stato Made In Japan dei Deep Purple. Poi mi sono innamorata di Lucio Dalla: è stato il primo concerto che ho visto nella mia vita. Poi è arrivato Eric Clapton: ho tutti i suoi dischi.

 

I tuoi genitori cosa ne pensavano?

Non ho mai chiesto il loro parere sulla mia scelta di fare la cantante. A 20 anni ho conosciuto un ragazzo che suonava la chitarra e cantava, e che rimase impressionato dalla mia voce. Mi chiese di cantare con lui alla Festa dell'Unità di Taranto. Salii sul palco e fu un successo strepitoso. Da allora molti mi fecero la corte.

 

E poi cos'è successo?

Un pianista cercava una cantante per la sua big band. Mi chiese di fare delle prove insieme. Io avevo da poco comprato un disco di Billie Holiday. I pezzi li avevo già imparati e gliene cantai uno. Non capiva come potessi cantare così senza avere una grossa preparazione. Mi chiese di venire la domenica alle loro prove. Da Taranto andai a Bari e così vidi questa orchestra: era bellissima. Mi disse di mettermi accanto a lui e semplicemente ascoltare. Aveva messo un registratore sul pianoforte e mentre ascoltavo canticchiavo. Dopo le prove mi chiamò e mi disse che non aveva mai sentito nulla del genere. Così è cominciata la mia storia.

 

Hai girato tanto con loro?

La gente impazzì dal primo concerto. Ci sono stata dentro vent'anni. Per me fu come rinascere. Dopo qualche tempo mi disse che dovevo mettermi a studiare, non rimanere un talento e basta. Così studiai prima con una delle migliori insegnanti di canto della Puglia poi al Conservatorio. Fu lei a dirmi di andare a Milano: è dal 1991 che sono qui.

 

A Milano hai conosciuto Tullio De Piscopo, giusto?

Da qui è partita un'altra avventura. Ho girato molto in Europa, ho cominciato a cantare con i grandi. Questo perché se ti chiama Tullio De Piscopo poi ti chiamano tanti altri. Ho conosciuto Tullio perché una sera c'era un evento di beneficenza e io cercavo di farmi ascoltare. Sono riuscita a cantare e Tullio rimase impressionato. Mi chiese di andare a trovarlo nella sua scuola ma io non ci andai perché avevo paura che non si ricordasse di me. Poi fu proprio lui a telefonarmi: mi disse che aveva un sestetto e che mi voleva come ospite. Dissi subito di sì. Non mi dimenticherò niente di quello che mi ha dato.

 

tullio de piscopo cluster

Con Tullio De Piscopo

 

Facciamo una panoramica degli altri grandi artisti con cui hai collaborato.

Per esempio con Giulio Capiozzo, che è stato il batterista degli Area. Poi con grossi nomi americani come Lee Konitz – allora ero ancora una ragazzina e avevo tanta paura – e Jimmy Owens, Cameron Brown, George Cables. Ho avuto l'onore di cantare con Bobby Durham, il batterista di Ella Fitzgerald, nel mitico trio di Oscar Peterson. La prima volta neanche lo sapevo che avrei cantato con lui. Avevo un concerto a Genova con il pianista Andrea Pozza. A cena chiesi chi era quel signore nero e mi dissero che era Bobby Durham e che avrebbe suonato con noi. Mi chiusi nel bagno: lui era uno che aveva suonato con Ella Fitzgerald! Da lì nacque un'amicizia straordinaria, lui mi adorava. Poi ho avuto l'onore di suonare con Cedar Walton, pianista del giro di Miles Davis. Poi c'è stato l'incontro con Mark Murphy. Dopo che mi ebbe sentito cantare facemmo dei concerti insieme con l'orchestra (lui è stato un grande cantante di jazz) e mi volle come sua assistente.

 

Parliamo delle tue esperienze didattiche.

Io sono diplomata in Conservatorio in Canto Didattico, appunto. Le mie prime allieve sono state Paola e Chiara. Poi per esempio c'è stata Roberta Faccani, che ha preso il posto di Silvia Mezzanotte nei Matia Bazar, e recentemente Bianca Atzei.

 

Che tipo di corso farai in Cluster? Sarà canto jazz, canto moderno o cos'altro?

Io non ho questi limiti: per me un cantante è un cantante. Ognuno ha la sua vena artistica e ne fa quel che vuole. Jazz è un modo di essere e basta. Io non voglio essere chiamata jazzista, voglio essere chiamata cantante. Diceva il grande Nino Rota, che insegnava al Conservatorio di Bari, che la musica è tutta bella purché fatta bene. Mi piace creare una coscienza, una dignità negli allievi. Io rispetto tutti, ma l'impegno deve essere preso con serietà. Con la musica non si scherza.

 

Un'ultima domanda: perché il canto? A chi è indeciso cosa diresti?

Sul canto non si può essere indecisi: è una cosa che senti dentro. Il canto ha due possibilità: o ti piace o non ti piace. È quel lato oscuro che non esprimeresti mai con la parola. Quando canti lo fai uscire fuori ed è la cosa più bella del mondo. Per me rappresenta questo: confidarsi con il mondo esterno. Lo strumento può rappresentare la stessa cosa, solo che quello ti “nasconde”. È lui che suona e tu stai dietro. La voce invece non è uno strumento che puoi smontare e riporre nella custodia: ce l'hai dentro, è custodita dentro di te.

 

paola conte cluster