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Corso di Music Production: intervista agli insegnanti Giuliano Dottori e Gabriele Cento

 

Il produttore musicale è un po’ come il regista di un film o l’architetto che ci aiuta a realizzare la nostra idea: guida gli artisti attraverso il processo di produzione di un brano, comprese le fasi di registrazione, mixaggio e mastering. Si occupa di decisioni creative come la scelta degli strumenti da utilizzare, la direzione degli arrangiamenti e l'aggiunta di effetti. Diventare producer significa acquisire le competenze necessarie a produrre un brano e a trattare la musica in modo creativo, è un lavoro complesso che richiede anche tante competenze trasversali.

A Cluster abbiamo attivi due corsi di Music Production guidati da Giuliano Dottori e Gabriele Cento, due professionisti che hanno approcci molto diversi, per far sì che ogni allievo possa scegliere il percorso che sente più nelle sue corde.

Li abbiamo intervistati ponendo a entrambi le stesse domande per entrare più a fondo nel loro mondo e soprattutto per conoscere gli obiettivi, l’approccio e la metodologia che ognuno adotterà nel proprio corso.

Buona lettura!

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Chi è il producer? Sappiamo che si occupa di registrare e mixare un brano ma può occuparsi anche della creatività? In quali termini? Spesso c’è un po’ di confusione intorno a questa figura, non si capisce bene chi fa cosa.

Dottori: Il produttore artistico è la persona che dall’alto aiuta l’artista a sviluppare le proprie canzoni, curandone quasi ogni aspetto: si affianca a livello di scrittura, di direzione musicale, può consigliare nell’ambito dell’immaginario che l’artista vuole evocare. In generale direi che il produttore assomiglia al regista di un film.

Cento: La confusione nasce dal fatto che il Producer è una figura in evoluzione, quando pensi di aver capito cosa fa cambia di nuovo il suo ruolo, o lo aggiorna. Per me è la persona che è in grado di prendere la tua visione e portarla in un processo che io chiamo start to finish: dalla bozza fino alla release del pezzo con tutto quello che c’è in mezzo.

Come vedi la figura del producer oggi? Anche a fronte dei cambiamenti a cui la professione è andata incontro per via della tecnologia?

Dottori: La figura è molto cambiata nella percezione dei giovani artisti per i quali, spesso, il Producer è uno che fornisce una base musicale predeterminata sulla quale poi il rapper o il trapper scrive le barre, o il cantante scrive gli hook melodici ed è questo a far sì che l’approccio sia molto cambiato.

Cento: Secondo me è una figura estremamente più aperta nel senso che man mano che si è evoluta sono sempre venuti meno dei requirment per svolgerla, per esempio adesso non serve quasi più che tu sia un musicista. È triste da dire ma è vero, nel senso che ora è una professione strettamente connessa alla conoscenza tecnologica e informatica. Il mestiere è cambiato perché leghiamo sempre di più la professionalità all’utilizzo della tecnologia perciò la sfida, a mio avviso, è quella di riuscire a non diventare schiavi della tecnologia ma sfruttarla in un modo artistico e creativo al fine di mettere sempre le proprie idee al servizio della musica.

Quali sono le tue esperienze pregresse come produttore? Come lavori? In studio o da remoto?

Dottori: Da quando faccio anche il produttore, cioè dal 2007, ho prodotto circa 100 dischi occupandomi prevalentemente di cantautorato indie pop. Lavoro sempre in studio e amo ancora molto il contatto umano con l’artista e da questo approccio ho capito che spesso la figura del produttore artistico è anche un po’ quella di connettersi da un punto di vista psicologico (oltre che artistico) perché spesso mettersi a nudo con le proprie canzoni vuol dire far emergere piccole problematiche emotive - aspetto molto delicato ma altrettanto interessante. 
Al tempo stesso penso che la musica sia condivisone e mi piace sempre l’idea che due o più persone, dentro la stessa stanza a condividere la musica, possano far germogliare qualcosa di molto migliore rispetto una persona da sola davanti al proprio computer con le cuffie.

Cento: Da quando va di moda il termine home studio sono stato un entusiasta del movimento. Ho iniziato a costruire gli studi in cameretta da quando avevo 15 anni: in quel periodo c’erano già un po’ di studi in giro perché le tecnologie per registrare iniziavano a essere più economiche, più alla portata di tutti e questo ha aperto le porte poi a tutti quelli che come me erano appassionati di musica e registrazione e hanno avuto la possibilità di crearsi un proprio spazio per registrare. Oggi ho un home studio più evoluto, piccolo ma estremamente curato in ogni sua parte e il lavoro che svolgo di produzione è interamente da remoto. Non prediligo il lavoro collettivo, insieme con l’artista, non è molto nelle mie corde: preferisco ricevere l’idea, eseguire quello che va fatto - elaborandola con la persona - e riconsegnare il lavoro.

 foto home studio

 Qual è il tuo approccio di fronte a un’idea di canzone? Cosa si fa concretamente quando arriva un artista con un brano da produrre?

Dottori: I casi sono sempre due: il primo è che l’artista è in grado tecnicamente di portare un’idea di arrangiamento o comunque di direzione musicale già definita; in questo caso si tratta di capire se quell’idea è giusta e funzionale al pezzo e se tutto ruota nel verso giusto. Il secondo caso è che l’artista arriva col classico spunto piano-voce, chitarra-voce, uno scheletro della canzone, insomma, e se è così significa che prima c’è una fase di songwriting da fare in cui si capisce dove si può migliorare la canzone da un punto di vista armonico, melodico e testuale. Fatto questo, di solito, faccio una proposta di direzione artistica che può essere una reference musicale (un consiglio di ascolto particolare, oppure dire direttamente all’artista “Tu secondo me funzioni meglio in questo ambito anziché in quest’altro” e una volta definita questa cosa poi si procede a fare la preproduzione del pezzo.

Cento: Già da come l’artista si presenta scrivendo una mail riesco a capire che canzone ha tra le mani. E poi dalla canzone si possono capire subito parecchie cose della sua personalità. Da lì, un po’ con l’esperienza un po’ con l’istinto, capisco qual è la strada migliore per lavorare su quel progetto. Ci sono però dei punti fermi rispetto al processo lavorativo che per me sono capire se la canzone ha già una struttura, un’identità di qualche tipo - che sia sonora, che sia emotiva, che sia tecnica - e poi, soprattutto da remoto, chiedo delle reference, cioè chiedo all’artista come vorrebbe che suonasse quel brano, se ha delle canzoni a cui si ispira e che hanno le caratteristiche che vorrebbe per la sua idea. Si parte da lì, non per copiare la reference ma per usare quelle vibrazioni e quel tipo di sound per vestire al meglio il pezzo dell’artista.

Quali sono gli obiettivi del corso di Music Production?

Dottori: Nel mio corso ho immaginato tre ambiti: il primo è puramente tecnico e significa insegnare dei tool molto basici del programma Ableton live, per mettere chiunque nelle condizioni di poter buttar giù un’idea musicale e di poter dare anche un’idea di arrangiamento; quindi, far capire come anche la tecnologia (con l’utilizzo dei sample e dei VST) possa aiutare a sviluppare la propria idea. Per me la tecnologia deve essere sempre a servizio dell’idea. Il secondo obiettivo è quello di metterci coi ragazzi in prima linea, partendo proprio da degli scheletri musicali e capire cosa si può fare di volta in volta. L’obiettivo è sempre quello di arrivare a una prima stesura, a un primo arrangiamento, a una prima preproduzione del brano. Il terzo ambito che mi piacerebbe esplorare durante il corso è quello della creatività: esistono persone più creative e meno creative ma sono convinto che la creatività, come tutte le cose, vada allenata e mi piace l’idea di stimolare i ragazzi alla creatività proponendo degli esercizi per tenere viva questa abilità.

Cento: Per me la lezione più importante è che la tecnologia non può aggiustare tutto. C’è molto questa tendenza tra i giovani con cui ogni tanto mi capita di avere a che fare in cui sbagliano o hanno una mancanza e dicono “Vabbè… questa cosa la aggiusto dopo”. No, perché - sebbene sia una pratica diffusissima - non me la sento di formare persone che la pensano così. Quindi il mio obiettivo primario è ricordare che la tecnologia è al nostro servizio e non il contrario, soprattutto se si hanno delle lacune, non si possono sistemare col computer. La seconda cosa che vorrei trasmettere in questo corso è che sviluppare una competenza tecnica può far parlare la tua parte artistica, ti consente di costruire quello che hai in mente. Vorrei dare una cassetta degli attrezzi tecnica ed estetica con la quale i ragazzi possano realizzare le loro idee.

Nei due corsi saranno utilizzati software diversi: questo significa avere approcci diversi?

Dottori: Ogni software ha diverse implicazioni: il punto di partenza è che tutti i software musicali, di registrazione, editing e produzione in qualche modo si assomigliano, ma ogni software ha una sezione nella quale è più “forte”. Io nel mio corso ho proposto Ableton Live perché è molto semplice, molto intuitivo ed estremamente economico e come entry level credo sia il modo più facile per riuscire a fare cose in tempi brevi. In più, la cosa interessante, è che questo software si usa in larga parte anche in ambito live quindi una volta imparata la sua architettura può essere utilizzato per le proprie esibizioni dal vivo e può essere una cosa in più.

Cento: Secondo me sì e mi piacerebbe sfatare il mito che un software suoni meglio dell’altro. Non è mai stato provato che Cubase suoni meglio di Logic o che Logic suoni meglio di Protools. Per quella che è stata la mia ricerca posso dirti che alla fine quello che fa suonare meglio o peggio il brano è la tua abilità, non è il software. Quello che cambia tra uno e l’atro è il work-flow, quindi la tua semplicità di accesso ai processi di quel determinato software, il quanto velocemente ti porta al risultato che vuoi ottenere; ce ne sono alcuni che brillano da una parte, penso a Protools che è diventato lo standard mondiale per l’audio professionale in termini di manipolazione o editing; Logic o Cubase vanno molto sul midi o sulla parte degli strumenti virtuali, cosa in cui Protools è estremamente carente. In sostanza bisogna scegliere il software giusto (che nel mondo della produzione chiamiamo DAW) in base a quello che sarà il proprio stile di produzione, e non è detto che ci si arrivi subito: io ne ho cambiati tre o quattro prima di trovare quelli che funzionavano per me.

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Ci sarà una parte pratica in laboratorio?

Dottori: Come dicevo prima per me il laboratorio non è una sezione a parte: ogni volta faremo delle cose concrete insieme. Ogni lezione sarà un mix di nozioni e di messa in pratica immediata perché alla fine, soprattutto in questo ambito, le cose si imparano facendole e guardando gli altri farle, quindi capiterà anche che mi metterò io a fare delle cose

Cento: Questo è un corso tecnico e creativo: il mio obiettivo è quello di cercare di lavorare con del materiale che gli allievi hanno o portare anch’io del materiale per sporcarsi subito le mani.

Cosa diresti a chi si vuole iscrivere?

Dottori: Direi che è un corso interessante per chi scrive qualcosa e ha una parte creativa; non è interessante per i nerd perché io non sono un nerd. È interessante per un cantautore o per chi ama buttar giù degli appunti musicali, per chi ama scrivere e per chi vuole provarci.

Cento: Se ti senti come se avessi delle idee ma tra te e la realizzazione di queste idee c’è di mezzo un vuoto o un burrone, questo corso è la tua passerella per attraversare quel vuoto.

 

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Autore: Loretta da Costa Perrone

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