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La canzone della settimana: Creep dei Radiohead, tra successo e rifiuto

La canzone (o l’album, dipende dall’umore del momento) della settimana è una rubrica fissa in cui proponiamo un disco oppure un singolo brano in particolare, approfondendo un minimo la sua storia, la sua importanza e – perché no, siamo qui apposta – la sua bellezza. Può trattarsi di opere estremamente recenti oppure molto, molto vecchie (al punto da poter essere definite “antiche”, talvolta): per noi non fa alcuna differenza, ciò a cui teniamo veramente è dare sempre risalto alla buona musica.


 Il 1992 è un anno particolarmente denso, a livello di cronaca. È un anno olimpico, tanto per cominciare: a Barcellona si tengono i Giochi estivi (l’Italia si aggiudica diciannove medaglie, di cui sei ori. Tra questi c’è quello della squadra maschile di pallanuoto, ottenuto battendo proprio la Spagna padrona di casa al termine di una finale thriller). Per rimanere nell’ambito dello sport, il ’92 è l’anno che vede i Chicago Bulls riconfermarsi campioni NBA dopo il successo della stagione precedente. A Parigi viene inaugurato EuroDisney e a Maastricht viene firmato il celeberrimo trattato che costituisce il passo decisivo verso l’attuale conformazione politica dell’Unione Europea. È anche l’anno in cui Bill Clinton viene eletto 42esimo presidente degli Stati Uniti d’America, Cartoon Network inizia la sua messa in onda, la Bosnia-Erzegovina dichiara l’indipendenza dalla Jugoslavia e apre il primo McDonald in Cina. Il 21 settembre di quell’anno esce anche il primo singolo di un nuovo gruppo rock inglese semisconosciuto: si chiama Creep ed è firmato dai Radiohead.

Nonostante il membro più vecchio della band abbia venticinque anni, il complesso esiste dal 1985 e ha una formazione stabile più o meno fin dal principio. Il nome però è nuovo di zecca: la casa discografica ha chiesto ai componenti di pensare a qualcosa di diverso da On a Friday, il nome in auge fino alla firma del contratto. Di tutta risposta, il gruppo ha scelto Radiohead prendendolo direttamente in prestito da una canzone dei Talking Heads risalente al 1986: l’unica licenza è la fusione delle due parole che originariamente formavano il titolo del pezzo in una sola. Assecondata la EMI sul fronte nomenclatura, insomma, i Radiohead lanciano il loro primo singolo il penultimo giorno d’estate. Non se ne accorge nessuno.

Dopo aver venduto qualche migliaio di copie nelle prime settimane, il pezzo viene dimenticato immediatamente e più di una radio rifiuta di passarlo a causa del fatto che è «troppo deprimente», come riporta il Melody Maker all’epoca. Creep è del resto un brano introspettivo, intimista, il cui nucleo risale a diversi anni prima, un periodo in cui il cantante Thom Yorke stava vivendo un’ossessione divorante per una ragazza, un’ossessione che lui stesso ha rivelato essere durata poco più di sei mesi. Il testo racconta esattamente questo. E Yorke ha anche detto più volte di non considerarlo particolarmente brillante, anzi. Dal punto di vista musicale, il professore di teoria musicale all’università americana di Greensboro Guy Capuzzo nota che la progressione sempre uguale degli accordi – che cambia giusto dall’arpeggio delle strofe ai power chords del ritornello – forma un ostinato che accompagna perfettamente il testo del pezzo, definito «ossessivo» dall’accademico e quindi perfettamente in linea con il clima musicale tratteggiato dalla parte strumentale.

Quando si affronta Creep, però, bisogna necessariamente parlare dell’elefante nella stanza. Ossia quel suono strozzato, quel piccolo impromptu di chitarra, quella sorta di falsa partenza distorta che introduce l’ingresso nel ritornello. Il brano è molto riconoscibile ancora oggi anche grazie a questo suono. Si tratta di un’idea di Jonny Greenwood, non necessariamente una buona idea, nel momento in cui l’ha avuta: gli è venuta perché in realtà non apprezzava la canzone nella sua prima incarnazione, quella totalmente acustica. «Non mi piaceva per niente. Se ne stava tutta calma» ha raccontato il musicista, «e quindi ho colpito molto forte la chitarra – molto, molto forte». Questa strana forma di protesta silenziosa da sala prove è poi stata incorporata nel pezzo, contribuendo decisamente a renderlo memorabile. Ed O’Brien, l’altro chitarrista, ha confermato questa versione, spiegando che: «Quello è il suono di Jonny che cerca di incasinare la canzone. Non gli piaceva affatto per cui ha cercato di rovinarla… Poi quel suono è rimasto nel pezzo».

Qualunque sia il motivo, comunque, la reazione del grande pubblico britannico di fronte a Creep è piuttosto fredda. I Radiohead reagiscono facendo spallucce e proseguono con la propria vita artistica, fatta soprattutto di concerti in posti piccoli e sparsi in giro per tutta l’Inghilterra. L’attività dal vivo li aiuta a costruirsi e consolidare un piccolo seguito locale, non molto nutrito ma affezionatissimo. Il gruppo non ne sa assolutamente nulla ma, in maniera del tutto collaterale e imprevedibile, Creep sta diventando una piccola hit in Israele. Infatti, il DJ locale Yoav Kutner la fa passare spesso sulle frequenze della sua emittente dopo averla sentita per la prima volta durante un incontro con un rappresentante della EMI.

Intanto, a febbraio del ’93 escono sia il primo album, Pablo Honey, sia il secondo singolo estratto dal disco dopo Creep, dal titolo Anyone Can Play Guitar. Se da un lato i Radiohead assistono alla tiepidissima accoglienza che anche nuovo singolo e disco completo ottengono in patria, dall’altro cercano di inserire tra i propri impegni qualche data in Israele per il mese seguente, in maniera tale da capitalizzare un po’ del successo che Creep sta riscuotendo da quelle parti. Nel frattempo, anche negli USA la canzone sta iniziando ad avere una certa eco, ancora una volta per vie traverse. Dalle parti di San Francisco, una radio locale l’ha inserita all’interno di una playlist di rock alternativo grazie alla soffiata di un commesso di un negozio di dischi d’importazione e il pezzo piace, piace molto. Piace così tanto che diventa la canzone più suonata dell’anno da quell’emittente e si diffonde in tutto il territorio americano come hit alternative, mietendo sempre più consensi. A settembre il brano è già in tv: la redazione del neonato show Late Night with Conan O’Brien sceglie proprio i Radiohead come primissimo ospite musicale del programma. E naturalmente l’esibizione è una performance di Creep.

Più o meno contemporaneamente, visto il successo raggranellato dalla canzone in tutto il mondo, la EMI decide di fare una re-release inglese del brano a un anno esatto dalla sua prima uscita sul mercato come singolo: se la prima volta Creep si era piazzata 78esima in classifica, il secondo giro la vede installarsi di prepotenza al settimo posto. All’exploit commerciale corrisponde il canonico giro a Top of the Pops, che contribuisce a cementare il successo del pezzo, ormai decollato verso la stratosfera. Con la consacrazione in patria, i Radiohead hanno ufficialmente in mano una hit mondiale, apprezzata – e suonata – in tutto il globo.

Con il successo, oltre agli onori, arrivano però anche gli oneri. Non passa molto tempo che viene notata la somiglianza tra la progressione di accordi di Creep e quella di The Air That I Breathe, vecchia canzone del 1972 scritta da Albert Hammond e Mike Hazlewood, portata poi al successo un paio d’anni dopo dagli Hollies. Non solo la parentela effettivamente esiste ma viene anche riconosciuta dal gruppo di Oxford non appena l’etichetta che detiene i diritti del pezzo originale decide di procedere per vie legali. La questione viene risolta molto in fretta, con i Radiohead che inseriscono i due autori di The Air That I Breathe tra quelli di Creep, concedendo loro anche una piccola percentuale delle royalties del brano.

Del resto, la band è perfettamente consapevole dell’origine degli accordi che stava usando. O’Brien l’aveva anche fatto presente quando il gruppo stava rifinendo il pezzo in studio; di conseguenza, Yorke decide di scrivere un nuovo bridge per differenziare il più possibile le due canzoni senza rinunciare agli accordi principali. La nuova versione presenta quindi un bridge piuttosto distante dalla strofa e dal ritornello pur conservandone la melodia vocale, usata come base per costruirci sopra delle variazioni. La prima stesura della sezione del brano invece presentava un più “regolare” assolo di chitarra di Greenwood, di cui rimane ancora qualche traccia sotto i vocalizzi del cantante che invece la fanno da padrone nella registrazione definitiva.

Volendo, il racconto su Creep è ancora lunghissimo. I Radiohead hanno portato avanti una relazione complicata con il brano, nel corso della loro carriera ultratrentennale: dopo averlo suonato in tutte le salse negli anni immediatamente successivi al 1993, per tanto tempo si sono rifiutati di suonarlo dal vivo e ancora oggi lo propongono di rado nei loro set live. Inoltre, la ricerca musicale della band è andata da tutt’altra parte rispetto al mondo sonoro di Creep che, a oggi, non è per niente rappresentativa dell’opera completa dei Radiohead. Anzi, ne rappresenta una minima parte, quella iniziale, lontanissima dalle ispirazioni più recenti del complesso se non direttamente in controtendenza rispetto a tutta la musica prodotta dalla seconda metà degli anni 90 in poi. Una delle ragioni per cui Thom Yorke e gli altri non si riconoscono più nel brano sta infatti nella distanza siderale che lo divide dal resto del loro repertorio. Nonostante tutto, però, il brano rimane ancora oggi il loro successo commerciale più grande e la loro canzone più celebre. Oltre a essere una bella canzone tout-court, naturalmente.

Autore: Giorgio Crico

Milanese doc, sposato con Alice, giornalista ma non del tutto per colpa sua. Appassionato di musica e abile scordatore di bassi e chitarre. ascolta e viene incuriosito da tutto nonostante un passato da integralista del rock più ruvido.

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